Illustre ospite Barbara Schiavulli, giornalista freelance, corrispondente di guerra, scrittrice e fondatrice di Radio Bullets, (web radio) per Il primo appuntamento del calendario autunnale di 6 in storia, lo scorso 28 novembre al Foyer del Teatro Massimo di Cagliari, per la presentazione del suo ultimo libro ‘Burqa Queen‘.
La manifestazione letteraria, che nasce come innovativo progetto di promozione alla lettura dedicato in particolare, ma non solo, ai giovani e alle scuole, è organizzato da Imago Mundi con la collaborazione dell’associazione Pamoja, il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Sardegna e con la direzione artistica curata da Lucia Cossu, docente e animatrice culturale, e Marina Boetti, progettista culturale e titolare della Libreria Edumondo, partner del progetto, i cui accoglienti spazi sono messi a disposizione dell’iniziativa.
Le nuove date in calendario, organizzate in collaborazione con il Festival Leggerezza curato dal Cedac, propongono l’approfondimento di un tema ancora molto sensibile: la condizione della donna in Afghanistan.
‘Burqa Queen’ è un libro self publishing che nasce dalla rabbia provata per le donne calpestate, violate, private dei loro diritti, delle quali l’autrice, che ha conosciuto l’Afghanistan e la sua evoluzione, dall’occupazione militare del 2001 al ritiro di tutte le truppe armate nel 2021, si fa portavoce. Un ventennio trascorso a documentare fatti e vicende di un Paese vittima dello shock della libertà arrivata all’improvviso e cancellata con la stessa repentinità con la risalita al potere dei talebani.
Ed è quando l’informazione raccolta direttamente da storie vissute in prima persona dall’autrice inizia a presentare uno scollamento con la stampa estera che sorge l’urgenza di risvegliare le coscienze distratte dalle guerre più recenti o dalle informazioni sempre più filtrate.
Una storia in particolare, raccontata alla platea del Foyer durante la presentazione, (e disponibile nel racconto “Uomini che odiano le donne” su Radio Bullets) ha ispirato il racconto della Schiavulli, che racconterà così della vita di tre giovani donne nell’Afghanistan riconquistato dai talebani. Quello che accomuna la storia di Layla, sposa giovanissima data in moglie ad un uomo con il doppio dei suoi anni, Faruz, ex poliziotta privata del diritto di lavorare e Farida, giovane ragazza madre ex insegnante, è la volontà di cancellare la voce di chi, nonostante la violenza come costante di vita, riesce a trovare il coraggio per la propria salvezza e per quella di tutte le donne viste come madri, sorelle o amiche.
Il libro diventa narrativa per necessità, affinché raggiunga più persone possibili, e nonostante la ruvidezza dei temi, genera attaccamento all’idea di comunità a discapito di tutto. Al termine dell’incontro, molti dei libri vengono autografati con ìl messaggio che è quello a cui l’autrice tiene di più: per non dimenticare. Le privazioni raccontate sono tante, la situazione si presenta drammatica, ma il messaggio di fondo rimane quello di speranza riposta nella resistenza e basata sulla conoscenza.
Nella vita Layla conosceva più le cose che non doveva fare, che quelle che poteva fare. Aveva talmente tante regole da seguire che ogni tanto aveva paura di scordarle, perché alcune non erano logiche per niente.
A margine dell’incontro al Teatro Massimo, abbiamo incontrato la giornalista per una chiacchierata su guerra e pace, libertà e paura, educazione e futuro.
Prendendo spunto dalle numerose riflessioni che emergono dai racconti del suo ventennio di guerra, vissuto in prima persona e raccontato, viene da chiedersi: ci stiamo abituando alla guerra? C’è una minore sensibilità?
Direi assolutamente di sì, e devo dire è che complice la cattiva il narrazione, anche dei giornali mainstream che manifestano una certa fascinazione della guerra che si è arrivati addirittura a giustificare. Per me la guerra è il fallimento della politica quindi ogni volta che qualcuno muore perché dei politici hanno deciso che la guerra andava bene, noi come esseri umani e società civile abbiamo fallito. L’Afghanistan ne è stato un esempio palese. Se non si ha la voglia di leggere quello che è successo e di ascoltare le storie delle persone lo si deve al fatto che non solo la guerra si è persa, ma anche che tutti i diritti delle persone che per vent’anni si è cercato di costruire sono andati perduti, e dovrebbe essere questa la lezione: la guerra non porta la pace la pace è un processo lungo e faticoso.
Pensa che l’Occidente si sia dimenticato di tutti i buoni propositi al ritiro delle truppe americane in Afghanistan? La prospettiva, (o meglio, la sua mancanza) per la condizione femminile di quel paese, ha speranza di un’evoluzione in positivo? Già nel 2019, prima che i talebani tornassero al potere, la percezione era di avere di fronte (cito testualmente un articolo della sua rubrica su Radio Bullet) “una lunga strada da fare per essere sicuri che le donne non siano cittadini di seconda classe”. Nello specifico si parlava dell’ipotesi per le donne, di poter richiedere il passaporto e viaggiare all’estero senza la supervisione di un uomo. Adesso questo scenario è tornato ad essere quasi surreale…
In realtà è stata tutta una bugia! Purtroppo nel momento in cui si è lasciato il Paese i riflettori si sono spenti e nessuno si è occupato più di Afghanistan; nella fase del prima, del durante e del dopo una guerra si valutano gli interessi economici, quello che si può ricavare da quello che è successo. Della gente non si occupa mai nessuno a parte le ONG o chi si occupa di diritti umani. E a parte quei quattro o 5 giornalisti che siamo e che ancora continuiamo a tornare lì, perché comunque ci siamo affezionati sia alle storie che al Paese, il resto del mondo si è disinteressato. L’Afghanistan si sente tradito perché gli è stato detto per vent’anni che avrebbero avuto dei diritti e ora non li hanno più e nessuno sta facendo niente perché questo cambi, ma è vero anche che questo sta succedendo in tutto il mondo.
7 ottobre 2001 guerra ai talebani e 7 ottobre 2023 guerra ad Hamas: due date che segnano l’inizio di due fratture in società già così provate. Cosa accomuna, al di là dell’orrore, la vita in tempo di guerra?
Quello che io trovo terribile e straordinario allo stesso tempo è la forza che hanno le persone, e in particolare le donne, perché gli uomini in genere combattono, muoiono, scappano, non sono veramente costruttivi; le donne invece sono quelle che custodiscono l’eredità di una società civile, anche perché devono proteggere in tutti i modi i figli. Quello che gli altri non sanno è che questo fa sì che comunque, nonostante la guerra, ci sia una grande forza perché bisogna sopravvivere, perché si crea la normalità nell’emergenza. È necessario raccontare, perché noi abbiamo la fortuna di non viverla, ma bisogna sapere cosa succede quando la tua vita da un giorno all’altro si trasforma; questo lo abbiamo visto a Gaza e lo abbiamo visto in 54 paesi dove c’è la guerra in questo momento. E purtroppo nessuno lo racconta, perché ci fissiamo su uno, due, massimo tre conflitti, ma poi manca quella completezza della visione. Noi sappiamo solo parte di quello che succede, e questo ci impedisce di prendere decisioni che invece ci porterebbero a prevedere e in qualche modo creare futuro perché se noi decidiamo sulla base dell’oggi non salveremo le generazioni future.
Nel libro ad un certo punto si parla di una realtà in cui tutto sommato gli uomini si sono dovuti abituare (e spesso senza nemmeno troppo sforzo) al pensiero della donna come parte attiva della collettività, potendosi istruire e lavorare, con indubbi vantaggi per l’intera società. Questo ritorno al passato come un colpo di spugna significa che non si è mai davvero fatto nemmeno un passo avanti?
No. I passi avanti sono stati tanti; il fatto che le donne studiassero è stato sdoganato e in Afghanistan adesso si può chiedere a qualunque uomo (che non sia talebano ovviamente, o di un patriarcato estremo) e tutti diranno che le donne possono studiare, devono studiare e lavorare e che si sta meglio quando le donne sono anch’esse realizzate. Il problema è che se oggi un uomo si ribella finisce in galera o viene ucciso e oggi sono gli unici che possono lavorare, quindi sono le donne stesse a chiedere agli uomini di non esternare questo pensiero, perché se una donna non lavora e non può uscire di casa e non può studiare l’unica risorsa economica rimane negli uomini.
Attualmente segue, tra i tanti, il progetto di parlare della condizione della donna in tempo di guerra nelle scuole: che risposte sta ricevendo? Qual è la percezione dei giovani?
Credo che prima di sentirmi siano del tutto ignari su quanto succede; in pochi sanno qualcosa dell’ Afghanistan, non sanno niente della guerra (e per fortuna!); è come se fossero in un limbo ma non sono “stupidi” sono solo ignari. Vanno solo innescati. Nelle storie che racconto si possono immedesimare, quando parlo di un ragazzo in Afghanistan, un ragazzo qui lo capisce, quando parlo di una ragazza che a 12 anni è costretta a sposarsi, o di un’adolescente di 17 anni che si dà fuoco perché non può studiare, una sua coetanea qui lo capisce. E allora a quel punto quello che cerco di fare è creare empatia con le storie, che poi sono le stesse che racconto qui. Ogni volta c’è qualcuno che si commuove, sono molto curiosi e questo mi dà speranza perché quando gli spiego che nel mondo le decisioni sono prese da uomini spesso bianchi, ricchi, potenti e anziani, e che decideranno per loro nonostante non vivranno fino a subirne le conseguenze, mentre i ragazzi si, vuol dire che li stanno in qualche modo manipolando. Le rivoluzioni le hanno fatte i giovani, sono loro che possono cambiare le cose, ormai noi il nostro tempo l’abbiamo fatto ed è loro che aspetta il futuro del mondo.










