La terza edizione del Festival di letteratura giornalistica Liquida, organizzato dal Comune di Codrongianos e da Lìberos nello spazio davanti alla basilica di Saccargia, ha preso il via il 29 luglio con la presentazione dell’ultimo libro “Anime maledette, storie di vita e malavita in Sardegna” di Piero Mannironi edìto dalla casa editrice Il Maestrale, pubblicato nel 2020. E non poteva che essere così perché Piero Mannironi, nuorese, scomparso lo scorso febbraio a 67 anni, è stato una colonna portante del giornalismo italiano. All’ingresso del Festival il pubblico veniva omaggiato del volume della collana “Grandi autori sardi“: “Le parole della notte” scritto da Mannironi, con la prefazione di Pier Luigi Rubattu.

Il volume ripercorre un decennio di storie di malavita in Sardegna, quelle storie che sono tessuto narrativo di tutti i sardi, dal grande poeta Peppino Mereu, al premio Nobel Grazia Deledda, da Antonio Pigliaru con “Il codice barbaricino” a Salvatore Satta con “Il giorno del giudizio“, alle storie raccontate nei libri di Luciano Marrocu, Giacomo Mameli, Marcello Fois, Sergio Atzeni per citarne solamente alcuni. Ma anche racconti che ricordano i grandi scrittori latinoamericani come Osvaldo Soriano o Gabriel Garcia Marquez. Piero Mannironi era nato a Nuoro, da molto tempo si era trasferito a Sassari ed era andato in pensione nel 2015. La figlia Bianca ha letto il bellissimo articolo apparso sul giornale il 4 agosto 2014 “Dopo lo sparo un urlo, così ho ucciso Atienza“. Piero Mannironi era un ottimo giornalista, legatissimo alla famiglia, schivo e ironico, amava raccontare la verità con i suoi corsivi che erano sì cronaca, ma anche dei piccoli racconti di storie della Sardegna. E’ stato inviato speciale per vent’anni anni e come ha ricordato la figlia è stato un marito e un padre presente, attento e premuroso anche se il suo lavoro è stato totalizzante sotto molti aspetti. Per La Nuova Sardegna seguiva i “casi di cronaca” dei corsivi, l’ultimo dei quali è stato pubblicato nel 2011. “Anime maledette” è la raccolta di questi corsivi/racconti non brevi ma densi di pathos, una penna felice che rapiva il lettore del quotidiano. Durante l’incontro non sono mancate parole di elogio e affetto da parte di alcuni giornalisti per il collega scomparso, descritto come un giornalista capace di esplorare e disposto a ricercare anche nei fatti di cronaca il faro che ogni giornalista dovrebbe avere.










