Nell’autunno del 1981 l’emittente televisiva giapponese Fuji TV mandò in onda la prima puntata di una serie destinata a rimanere nella storia dell’animazione e a conquistare l’affetto di decine di milioni di appassionati in tutto il mondo. Era “Urusei Yatsura”, in Italia “Lamù, la ragazza dello spazio”. Niente, dopo il suo passaggio sugli schermi, fu più lo stesso.
La serie racconta le vicende di Ataru Moroboshi, uno sfortunato e poco brillante liceale giapponese sempre in cerca di ragazze e di Lamù, una bella aliena dai capelli verdi vestita in bikini tigrato, campionessa della razza aliena degli oni, ispirati alle omonime creature demoniache del folklore giapponese. Gli alieni sono infatti giunti sulla terra con intenzioni bellicose ma, per evitare inutili spargimenti di sangue, decidono di comune accordo con i governi terrestri di risolvere il conflitto con un singolo duello tra la loro campionessa ed un terrestre scelto dal caso, che si rivela essere proprio Ataru. Quest’ultimo riesce a vincere il duello in maniera rocambolesca quanto poco cavalleresca, ma un equivoco convince Lamù che Ataru voglia sposarla, per cui decide di trasferirsi a casa del ragazzo. La storia era tratta da un manga di successo della giovane autrice Rumiko Takahashi, ma fu proprio la serie televisiva a rendere Urusei Yatsura un successo planetario e Lamù una vera e propria icona pop.

A distanza di quarant’anni, e di trenta dalla prima pubblicazione italiana del manga, avvenuta nell’aprile del 1991, non è semplice trovare i motivi di un tale successo, proveremo quindi a mettere in fila alcuni spunti e suggestioni sul tema.
Lamù. Inutile girarci intorno: senza di lei la serie sarebbe stata molto diversa. Per crearla, Rumiko Takahashi si ispirò alla fotomodella hawaiana Agnes Lum, molto popolare in Giappone alla fine degli anni ‘70. Lamù è bellissima dunque, ma al contempo assai diversa dal modello di personaggio femminile remissivo diffuso negli anime e manga del tempo. E’ affettuosa ma iraconda, ingenua ma geniale, confusionaria e istrionica; e sempre sicura di sé. Se non la si può definire un personaggio profondo, di sicuro è sfaccettata e non stereotipata. Il suo magnetismo era tale che da comprimario destinato a scomparire, divenne protagonista a pieno titolo della serie, che da iniziale miniserie di cinque episodi arrivò a contare trentaquattro volumi da duecento pagine, centonovantasei episodi televisivi e sei lungometraggi. Takahashi ricorda che di aver iniziato a disegnare Lamù durante le vacanze estive, mentre studiava all’università, e che il suo editor le disse: “Disegna quando puoi”, “Ma se tu disegni, disegna Urusei Yatsura”.
La serie televisiva fu, forse, un successo maggiore del manga. E non si può non notare che essa fu anche l’incontro, felice e talvolta anche contrastante dei talenti delle tre persone chiave della serie. La prima fu – lo abbiamo già scritto – l’autrice del manga Rumiko Takahashi. Fu proprio la sua capacità nel trovare spunti folli e bizzarrie in ogni aspetto del quotidiano a far sì che una storia pensata per un pubblico di adolescenti maschi, che facilmente poteva evolvere verso una sciatta commedia sexy, diventasse una capolavoro di umorismo surreale. Per ammissione della stessa Takahashi, l’intera serie avrebbe dovuto essere una farsa a sfondo fantascientifico, ma fu proprio l’amore del pubblico per i bizzarri personaggi, oltre che per l’evoluzione dell’indecifrabile love story tra Ataru e Lamù a convincerla a farne un riuscito mélange tra romanticismo e nonsense, quotidianità e fantastico. E’ forse la prima volta che, in un settore fortemente diviso in generi e nicchie demografiche come il manga, una serie pensata per un pubblico di ragazzi mette sullo stesso piano la protagonista femminile e quello maschile. Non a caso il manga vincerà il riconoscimento di miglior manga dell’anno del suo editore (il colosso Shogakukan) sia nella categoria shonen (ragazzi) che in quella shojo (ragazze).

La seconda persona chiave per il successo di Lamù fu la character designer Akemi Takada, un’artista dotata di un vero e proprio tocco di Mida capace di trasformare in oro qualsiasi personaggio femminile che sia trasferito dalle pagine di una manga ai fotogrammi di un anime. Uscirono dalla sua matita, oltre a Lamù, le versioni animate di Madoka (“E’ quasi magia Johnny/Kimagure Orange Road”) e “L’incantevole Creamy”. Erano gli anni in cui Akemi Takada dettò letteralmente la linea grafica del “kawaii” che dominerà gli anime per almeno un decennio: con Urusei Yatsura riuscì a prendere dei personaggi già famosi e fortemente caratterizzati e a dar loro quel tocco in più che contribuì a rendere più accattivante ed aggraziato il design, che nel segno giovanile della Takahashi rivelava ancora la ricerca di un’identità grafica definitiva. Una marea di oggetti di merchandising di Lamù e degli altri protagonisti di Urusei Yatsura, spesso realizzati partendo dalle illustrazioni della Takada o dei character designer che a lei si ispirarono, invase il mercato e lo conquistò a tal punto da far entrare Lamù nell’esclusivo club dei personaggi la cui popolarità non conosce barriere generazionali. Era inoltre la prima volta che l’immagine di un personaggio giapponese animato diventava così ubiqua da finire su ogni tipo di oggetto commercializzato.

La terza persona determinante per il successo di Lamù come serie animata fu Mamoru Oshii, regista di 129 episodi della serie su 195. Oshii è un appassionato di cinema europeo e fantascienza e si trovava a suo agio con i temi surreali della Takahashi: fu lui a dare una ancor più forte impronta onirica e grottesca alla serie, specie negli episodi basati su sceneggiatura originale, rendendola ulteriormente peculiare e riconoscibile nel panorama dell’animazione giapponese degli anni ‘80. La direzione di Oshii è poi modernissima rispetto ai canoni dell’epoca: ipercinetica, capace di “movimenti di macchina” inusuali e prospettive dalle fughe vertiginose, l’ideale per rendere al meglio il senso di caos e di “rumore” che il titolo stesso Urusei yatsura – un gioco di parole difficilmente traducibile che potrebbe essere reso con “gente molesta dalla stella Uru” – porta con sé. In ultimo, Oshii aggiunse alla serie un bagaglio di citazioni da tutti i media che ne fanno un precursore di tutte le opere visive postmoderne dei giorni nostri. Dal cinema di Ozu a Star Wars, dal teatro Takarazuka a Osamu Tezuka, da Agatha Christie a “The twilight zone”, da Rocky Joe alla Nausicaa di Miyazaki, l’intera serie è punteggiata di piccoli atti d’amore per opere della cultura pop come di quella più tradizionale. Oshii diresse inoltre due dei sei lungometraggi tratti dalla serie, uno dei quali “Beautiful Dreamer” del 1984 rappresenta il suo capolavoro giovanile e la vetta di tutti gli aspetti più onirici di Urusei yatsura. Il cuore di “Beautiful Dreamer” è il rapporto conflittuale tra i sogni e le aspirazioni umane da una parte e la realtà con cui le persone devono confrontarsi quotidianamente dall’altra, tra il desiderio che il mondo rimanga in un perenne stato di felicità infantile e la necessità di crescere e diventare adulti; temi importanti, che uniti a una sceneggiatura in cui la Takahashi fu totalmente estranea e a una regia in cui Oshii riversò completamente tutte le sue passioni personali, fecero del film un successo di critica ma un insuccesso di pubblico (sebbene parzialmente rivalutato da molti fan in un periodo successivo).
L’importanza di Lamù fu anche questa: essere un personaggio e una serie in cui enormi talenti della narrazione trovarono territorio fertile per la loro immaginazione e idea di bellezza. Se per la Takahashi Urusei Yatsura era una commedia il cui scopo era quello di dare felicità al pubblico – è risaputo che non amò “Beautiful Dreamer” proprio per il taglio troppo lontano dalla sua sensibilità – per Oshii fu un materiale ideale per sviluppare il suo amore per il fantastico ed per mondi oltre la realtà.
Lamù però rappresenta anche una serie di timidi tentativi per superare le rigide separazioni nei manga e negli anime per ragazzi e ragazze. Il suo imporsi come protagonista a dispetto delle intenzioni iniziali dell’autrice ha fatto sì che si creassero i presupposti perché la Takahashi e altri autori e autrici dopo di lei avessero la libertà di creare protagoniste femminili senza tenere troppo conto del pubblico di riferimento. Una prova di questo è proprio l’opera successiva a Urusei yatsura, “Ranma ½” in cui Rumiko Takahashi crea un* protagonista che cambia continuamente sesso.

Lamù riuscì nell’impresa di far innamorare un pubblico prevalentemente maschile di un insieme di personaggi femminili nettamente migliori delle loro controparti maschili. Ci riuscì in maniera sottile, creando dei personaggi femminili forti senza far loro scimmiottare gli stereotipi maschili e usando una vis comica che faceva passare in secondo piano il fatto che tutte le immancabili sberle ricevute da Ataru fossero metaforicamente inflitte anche ai lettori.
Negli anni Rumiko Takahashi ha sempre dichiarato di non aver pensato Urusei yatsura o altre sue opere per essere qualcosa di diverso dall’intrattenimento (“dare felicità” come spesso dicono i mangaka), ma alla fine il fatto che tutti i suoi personaggi femminili prendano il destino tra le proprie mani ha rappresentato, nel suo piccolo, una forma di empowerment per le giovani lettrici/spettatrici che negli anni sono cresciute con le sue opere.
Postilla. In Giappone, nel 2018, a quarant’anni dalla prima uscita del manga, nel quartiere vivace e creativo di Shimokitazawa, ci si poteva ancora imbattere nell’immagine di Lamù, tramutata in “influencer” per una catena di ristoranti.










