Capita che, in un piccolo paese della Trexenta, Guasila, nascano due persone, votate alla vita rurale ma illuminate dall’arte; capita che queste si trovino, si sposino e mettano al mondo dei figli; capita che questi crescano e segnino, per sempre, la storia del teatro in Sardegna. Rachele Piras che, al Politeama Margherita di Cagliari, portò in scena nel 1920 il classico in lingua sarda del drammaturgo Efisio Vincenzo Melis “Su bandidori” e Anacleto Medas, trasportatore di grano, primo clarinetto nella banda di Guasila e mandolinista erano i genitori di Redento, Camillo, Antonino, Ninetta, Francesco, Plinio, Totoi, Emma, Mario e Maria Rosaria che, nel dopoguerra, si costituirono in compagnia teatrale, la più antica della Sardegna.
Emma è scomparsa il 4 dicembre a 96 anni; tra i lavori dell’attrice, di particolare rilevanza sono stati quelli per il teatro ispirati ai romanzi dello scrittore Giuseppe Dessì, “I Passeri” (1994), “Paese d’Ombre” (1995), “S’urtima Xena” (1997), “Ziu Paddori” (2002), “Passion e Morte de Jusus” (2008), “Il Disertore” (1990-2009) e, per il cinema “Disamistade” (1989) e “Il Figlio di Bakunin” (1997) di Gianfranco Cabiddu. Di recente, nel 2010, aveva interpretato Letizia in “Per Sofia” di Ilaria Paganelli; molto legato a lei è stato anche il regista Marco Antonio Pani, che l’aveva voluta nel progetto del 2015 “Il barbiere della Marina”.
Il testimone di Emma e dell’intera famiglia – specie, con lei, di Antonino e Mario – lo hanno raccolto, già da tempo, il figlio di quest’ultimo, Gianluca – conosciuto e affermato protagonista dello scenario culturale sardo – e sua figlia Noemi, attrice, che ha accettato di condividere con Nemesis Magazine il ricordo della sua prozia.

C’è un aneddoto della vita professionale di tua prozia Emma che ti farebbe piacere condividere con i lettori e le lettrici di Nemesis Magazine?
Ce ne sono diversi. Ne scelgo uno soltanto. Mia zia era in scena, a terra, coperta da un lenzuolo nero. Sarebbe dovuta uscire a un certo punto ma mio nonno dimenticò un passaggio importante del testo, poi riuscì ad andare avanti ma il danno ormai era fatto e lei non uscì mai fuori dal telo, tutti furono costretti a improvvisare qualcosa per continuare. Durante gli applausi uscì fuori per gli inchini e molti dissero ‘Ma…c’era anche Emma?!” Questo evento veniva ricordato sempre ridendo. Litigavano tanto ma si divertivano anche. Zia Emma era una donna dolce ma dura se serviva, sapeva farsi valere e stare al gioco. In generale però, di lei come attrice, mi piace ricordare la sua autenticità. La sua semplicità e unicità nel raccontare il suo sentire che risultava sempre genuino.
La tua prozia, e la tua bisnonna prima di lei, sono state due pioniere del teatro in Sardegna; cosa porti di loro con te nella quotidianità e porterai sempre con te?
Quello che porto con me sono due donne che hanno vissuto l’Amor Fati. Hanno vissuto il loro tempo al meglio delle loro capacità e con dignità. Non è importante cosa si sceglie, la differenza la fa sempre il come. E poi sono due donne che hanno scelto bene con chi accompagnarsi nella vita. Queste sono cose che spero di portare sempre con me, oltre a tutti i discorsi teatrali.
Nel tuo futuro vedi dei progetti dedicati alle figure femminili della tua famiglia (o che a loro si ispiri)?
Il futuro preferisco lasciarlo al futuro. Sarebbe bello che qualcun’altro lo facesse, non sono una grande amante dell’ autoreferenzialità. Forse qualcosa che a loro si ispiri, chissà. Anche mia nonna Teresa, la moglie di mio nonno, è una gran donna con una storia incredibile che si è intrecciata indissolubilmente con i Medas. Nella famiglia Medas forse le storie più affascinanti sono quelle delle donne.










