Rendere tangibili la paura, il grottesco, il perturbante. Accompagnare lo spettatore in un viaggio introspettivo che restituisce una visione personale di ciò che scorre sul grande schermo. Tutto questo Daniele Piredda, regista gallurese classe 1995, riesce a farlo egregiamente. Qualche settimana fa, per dire, è arrivato il riconoscimento al Fipili Horror Festival di Livorno con il corto ‘Portergeist’.
“È la storia di una ragazza – ci racconta – che viene disturbata nella notte da alcuni suoni sinistri per casa. Una volta appurata la natura dei rumori, decide di chiamare un acchiappa fantasmi”.
E poi? E poi “succedono cose divertenti”, aggiunge il nostro per evitare grossi spoiler vista anche la breve durata della pellicola.

Olbiese di nascita ma residente a Porto San Paolo, Piredda ha un curriculum di tutto rispetto nonostante la giovane età: diplomato in Grafica pubblicitaria a Sassari, nel 2022 ha conseguito un master in Regia e Fotografia cinematografica all’Accademia Griffith di Roma. Nella città eterna ha conosciuto dei colleghi con i quali ha legato e ha formato una piccola crew chiamata ‘Un Terzo Sottoesposto’. Ha collaborato più volte con Albert Vezzoni nelle scuole elementari e superiori al fine di realizzare cortometraggi con i bambini e ragazzi, e ora è iscritto all’Accademia di belle arti di Sassari Mario Sironi con indirizzo Cinema, Audiovisivo e Fotografia.
Ma quando nasce questa passione? “Dopo aver superato la paura per ‘L’Esorcista’, che era il mio incubo da ragazzino”. Da lì in poi, è stato amore viscerale per l’horror e il cinema in generale: nel suo pantheon ci sono registi come Sergio Leone, Dario Argento, Mario Bava, Lucio Fulci, John Carpenter, Andrej Tarkovskij e David Cronenberg “più due registi più moderni: Yorgos Lanthimos e Salvatore Mereu”.
Questi, invece, i film da portare su un’isola deserta: “sicuramente ‘Sogni’ di Akira Kurosawa, ‘La Cosa’ di John Carpenter, ‘Tetsuo the Iron Man’ di Shin’ya Tsukamoto, la trilogia de ‘La Casa’ di Sam Raimi, ‘La maschera del demonio’ di Mario Bava per citarne alcuni”.
Piredda, che con il suo primo lavoro ‘Vegetales’ virava più sul grottesco, cerca di raccogliere l’eredità culturale dell’horror ‘70-’80. “Io ci provo!”, afferma. “Già il titolo ‘Portergeist’ è un tributo al classico di Tobe Hooper. All’interno del corto ci sono inquadrature apparentemente comiche, ma rubate un po’ da ‘Shining’ di Kubrick, un po’ da ‘Psycho’ di Hitchcock. Abbiamo cercato di racchiudere in quasi sette minuti un po’ del nostro amore per quel ventennio di cinema meraviglioso”.


Ed è qui nasce anche l’amore per gli effetti speciali più artigianali: “Colleziono molti prodotti home-video proprio per vederne i retroscena e dunque anche i lavori sugli effetti speciali. Son cresciuto con molti film dove agli effetti speciali spesso e volentieri c’era Tom Savini. In ‘Portergeist’ ho creato una testa finta usando la cotenna del maiale, un cervello di agnello, un esoscheletro di cartonato e una parrucca presa online, ma ritagliata come i capelli dell’attore che interpretava l’acchiappa fantasmi. È stato divertentissimo crearla”.
Insomma, un po’ come quando Sergio Stivaletti in ‘Phenomena’ utilizzò quantità industriali di caffè macinato per ricreare l’effetto dello sciame di mosche. “Sì, esatto – aggiunge il giovane regista gallurese –: so che ebbero anche problemi di moria delle larve delle mosche tra Italia e Svizzera, oltre a problemi con la legge per l’importazione delle larve fuori dall’Italia. Ce lo disse Dario Argento ad un meeting post-visione del suo ultimo lavoro Occhiali Neri”.
Ma la trama delle sue produzioni da dove nasce? “Spesso ci sono introspezioni guardate da un occhio ormai distante nel tempo. Però ricordare qualche trauma passato a volte mi aiuta nella creazione di un personaggio. O comunque ciò che magari è successo a qualcuno con cui ho condiviso dei momenti di vita. Inoltre, in base a circostanze contemporanee, tendo a prendere un argomento che a livello generale desta scalpore, che magari ancora genera tabù tra la gente, e cerco di estremizzarlo. Se fa più ribrezzo, genera comunque un fondo di disgusto o orrore più della realtà stessa, vuol dire che ho raggiunto il mio scopo”.
Piredda è anche cantante e musicista: con i suoi Dohlmen ha unito immaginario arcaico, doom metal e lingua sarda. Che ci siano anche delle influenze musicali nelle sue produzioni? “In realtà non ne ho idea. Son cresciuto con l’Heavy Metal, un genere che spesso si è prestato nell’estetica o anche nei videoclip all’horror. Inoltre molti horror hanno iniziato ad avere chitarre sempre più distorte sul finire dei ‘70. Io ho sempre cercato di porre cinema e musica su binari differenti, anche in fase di scrittura. Ma, anche se in modo inconscio, credo innegabile questa unione”.
E ora? “Al momento con la crew di ‘Un Terzo Sottoesposto’ abbiamo tre o quattro sceneggiature su cui lavorare durante il 2024, di cui una che mi vedrà ancora alla regia”.












