Il 30 agosto se n’è andato Antonello Ottonello, artista cagliaritano. Era nato 73 anni fa a Cagliari, e dopo gli studi al liceo artistico cittadino si era diplomato a Roma all’Accademia di Belle Arti. Nella Capitale è stato scenografo, costumista e attore, per poi dedicarsi all’arte e al suo insegnamento a tempo pieno nella sua Cagliari. Condividiamo con piacere su Nemesis Magazine un bellissimo ricordo scritto da Stefano Raccis, amico di Ottonello, che racconta del suo talento artistico e soprattutto della sua straordinaria umanità.
Non piango mai ai funerali. Ho pianto solo a quelli di mio papà e di mia mamma. E ho pianto ieri all’ultimo saluto per Anto. Alla cerimonia, quando Gianni ha chiesto se qualcuno se la sentisse di dire qualcosa, non sono riuscito a dire nulla. Perché non avrei saputo quale ricordo scegliere, quale aspetto di lui raccontare. Ma qualcosa, sento, alla fine va detta.
Anto, Otto, zio Otto, Nino, Antonello Ottonello. Uno dei più grandi artisti di questa nostra terra. E uno dei più veri.

L’ho conosciuto quando avevo 11 anni, nel 1978. Lui giovane professore appena rientrato da Roma e io alunno della prima classe in cui lui ha insegnato. Da quel momento Anto è stato mio insegnante e poi mio amico, mio complice, mio confidente, mio fratello maggiore, mio zio, anche un pochino mio padre e mia madre (anche se non credo avrebbe voluto questa responsabilità!)
Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte. L’ha fatto prima in classe e poi durante le mattine passate a casa sua in estate, dopo la fine della scuola. A disegnare magliette insieme a lui, a frugare tra la sua incredibile raccolta di libri e riviste d’arte. Dai 14 anni in poi spesso le mattine in estate erano fatte di visite ad Anto, dei racconti che conosciamo tutti: il suo periodo romano, le comparse, i club, il teatro e le scenografie.
Quando poi sono diventato grande, ha continuato a insegnarmi, diventando di nuovo mio professore in un corso di scenografia organizzato dal Man Ray o portandomi con se a scoprire le magie del mondo dell’incisione nel laboratorio di Maestra Rosanna D’Alessandro.
E mi insegnava anche quando andavamo insieme alle inaugurazioni delle mostre. “Tu fai il giro in un senso e io nell’altro e quando ci incontriamo ci diciamo cosa ne pensiamo”. Mi ha insegnato a distinguere gli artisti seri dai bluff, chi segue un percorso per davvero da chi si è inventato il giorno prima, chi si ispira ad altri ma ha una sua storia da raccontare da chi copia spudoratamente.

Amava la sincerità, nell’arte, Anto.
Amava la serietà del mestiere e detestava le pose. Nell’arte, nella professione, era serissimo. Sentiva l’urgenza di raccontare le storie e i temi su cui lavorava: l’ambiente messo a rischio nei suoi cavallini e nelle sue terre, la sofferenza e l’amore per la vita che ricuce le ferite, la fatica del lavoro dei minatori, il dolore dell’emigrazione, la magia del cinema, l’orrore della pedofilia ecc. Tanto lavoro, tanta ricerca, tanta padronanza dei materiali che utilizzava.
Chi lo frequentava non può non ricordare i suoi tavoli da lavoro pieni di polveri colorate, terre, cortecce di eucaliptus, matite, cavallini e ali di terracotta, piume, spine, tarlatane, carte pregiate ecc. E chi lo conosceva non può non sapere quanto blu ci fosse su quei tavoli e nelle sue opere. Il blu Ottonello. Era maniacale nella produzione dei colori giusti e nella ricerca del materiale giusto. Ricordo che per giorni l’ho guardato immergere una tela nel tè per ottenere il colore giusto che voleva per un’opera; e più di una volta siamo andati a cercare piante di acacia horrida che ricordava di aver visto ai bordi di una strada, rischiando di farci metter sotto dalle macchine pur di avere le spine per un’opera. E così via.
E poi mi ha insegnato un sacco di cose sulla vita. Mi ha pure ospitato a casa sua quando la mia vita ha avuto necessità di un pit stop. E mi ha accolto mille volte, come tanti di quelli che ora leggono, alle sue cene leggendarie. “Vieni a casa, ho 4 cipolle e un crastulo nuovo” , ed erano le sue meravigliose cipolle ripiene e sappiamo tutti che i crastuli nuovi raramente erano meno di cinque o sei a serata. Se non erano cipolle ripiene poteva essere il cascà della sua Calasetta, oppure due ali di pollo e le sue adorate spezie, e veniva fuori sempre un’opera d’arte. O la pasta e fagioli, con le castagne.
Dalle sue cene ho imparato che la cucina povera è ricchissima. Che è bello avere la casa piena di amici. Che addirittura non è male mangiare col sottofondo della musica italiana degli anni ’60. Che è bello non creare mai barriere, ma sempre fuggire dai pregiudizi, sempre accogliere, contaminare. Allo stesso tavolo trovavi un politico e un giovane studente. Una gallerista e un medico, uno ricchissimo e uno che di soldi ne aveva pochi. Ma da Anto eravamo tutti parte di quella enorme famiglia che ha avuto la fortuna di conoscerlo. L’ho visto preparare fragole fritte durante uno degli eventi del Man Ray, o servire personalmente a tutti i visitatori di una serata di performances una pasta corta colorata di blu, di verde, di rosso. Mi ha fatto conoscere localini non più grandi del soggiorno di una casa, dove si mangiavano cose semplici, quelle che a lui piacevano. Ad esempio, impazziva per la murena fritta. Quando siamo andati a Napoli – in un viaggio indimenticabile – impazziva per il cibo di lì. A casa sua o grazie a lui ho conosciuto tantissime persone che oggi sono parte o vicine al mondo in cui mi muovo o mi sono diventate amiche. E ogni volta che avevo una conoscenza nuova che pensavo valesse, contraccambiavo la presentazione. E lui non ha mai smesso di chiedermi notizie anche di chi gli avevo presentato solo una volta magari tanti anni prima.
Gli ultimi anni sono quelli con i ricordi più vividi. Qualche passaggio in auto per una visita medica, una giornata a spostare scatole piene di libri e altre cose che pesavano tonnellate, i caffè al volo sotto la casa nuova. Ma se devo ricordarlo, mi piace ricordarlo ancora nelle cene, a casa sua o a casa mia, con la nostra cricca, con Claude e Efisio, con Vale, con le mie figlie. A mangiare filindeu o lo spaghetto perfetto, o la pizza, a bere e chiacchierare, a vederlo ancora fumare millemila sigarette, a progettare ancora cose che sarebbe stato bello realizzare, a crastulare per ore. Di arte, di artisti, di un po’ di gossip cagliaritano, di tutto. E ogni volta, sempre sempre sempre, ci parlava della sua famiglia, che amava tantissimo. E se non si faceva in tempo a procurare un dolce sapevamo che sarebbe bastato del cioccolato buono per farlo felice.
Era una bellissima persona Anto. Ed era una gran brava persona. Teneva tantissimo a questa città e a questa terra.
Non scorderò mai che enorme regalo è stato averlo con noi e farò tutto ciò che posso perché lui e il suo lavoro siano ricordati come meritano.










