Nella settimana in cui Franco Basaglia, rivoluzionario della psichiatria italiana, avrebbe compiuto cento anni il tema del disagio mentale è ancora al centro di molti dibattiti. È cambiata, per fortuna, la percezione della malattia come qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere e si lavora su più fronti perché venga trattata come qualsiasi altra terapia.
Nonostante i grandi sforzi compiuti in direzione di un cambiamento necessario i disturbi mentali destano ancora un certo sconcerto a causa di molteplici fattori come la disinformazione, la paura e la mancanza di empatia. Tra questi la bestia nera è senza dubbio la depressione. Parola abusata nel linguaggio comune e poco conosciuta nella sua spietata realtà.
A raccontarcela, con la nuda e assoluta verità, è Claudio Cappai, fotografo cagliaritano, classe 1982, che ha deciso di tradurre il suo malessere in un percorso espositivo bellissimo da un punto di vista estetico ed estremamente emotivo per il suo contenuto, ospitato fino al 16 marzo nello Studio Fine Art a Cagliari e dal significativo titolo “Dov’ero, non c’ero”.
L’assenza è infatti uno degli elementi chiave per capire e curare la depressione, la distanza dagli altri e da se stessi, l’incomunicabilità che può degenerare in isolamento, incuria e alienazione devono essere un campanello d’allarme. Quando si parla di ‘personale’ in ambito artistico si pensa ovviamente alla mostra di un singolo artista ma in questo caso per ‘personale’ intendiamo proprio un viaggio nell0anima e nella vita dell’autore.

“Questo progetto è nato come istinto di sopravvivenza – ci ha detto Claudio Cappai – Un giorno in cui stavo particolarmente male ho preso la macchina fotografica e ho iniziato a fotografarmi. Nel tempo l’autoritratto è diventato un fedele compagno nel lungo viaggio di rinascita e pian piano, vedendomi ritratto, ho capito che anch’io merito un posto nel mondo, che non c’è nessuna vergogna a mostrarsi deboli e che la creatività, in qualunque forma, ha un potere curativo molto potente, senza per questo sottovalutare le cure farmacologiche”.
Le molte fasi della depressione sono esposte senza filtri e senza pietà. Le immagini sono belle e crude allo stesso tempo e commuove leggervi dentro la fatica, l’impegno e la volontà di non lasciarsi andare a quello che non a caso è sempre stato chiamato male oscuro. Quando il tuo nemico sei tu, quando è la tua mente a non rispondere come dovrebbe è indispensabile cercare un aiuto e risalire il baratro. In tal senso la mostra di Cappai è anche un importante monito all’osservatore perché sappia che da quella condizione si può uscire.
Per Cappai un elemento fondamentale è stata proprio la fotografia, la sua sensibilità gli ha consentito di creare scatti perfetti sia dal punto di vista della composizione sia dello schema che si era preposto, ovvero evidenziare i passaggi dall’allontanamento al rientro nella società.
Parliamo di una società che ha deciso di escludere il dolore, la fragilità, la morte e tutto ciò che è d’intralcio alla performance. Ma per chi osserva le fotografie appare chiarissimo un messaggio che si cela neanche troppo nascosto: nessuno è al sicuro. Tutti viviamo sull’orlo di quel baratro in cui qualcuno talvolta sprofonda, e tutti abbiamo bisogno di sentirci protetti, capiti e sostenuti.
Questo aspetto conferisce alla mostra anche una sfumatura didattica che invita all’empatia, a uno sguardo più comprensivo e solidale, in una parola più umano.










