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La dimenticata

Di Antonio Pintus
11/05/2024
in Divagare
Tempo di lettura: 4 minuti
La dimenticata

Non ho mai amato l’acqua.
No. Il mare, soprattutto, non è mai stato il mio ambiente naturale, devo ammetterlo.

Questa volta però, impugnando forti scongiuri, dovevamo trovare la città dimenticata e il suo tempio. Le rovine, l’abbandono. B’yth’a, il suo nome. Una grande eco di navi. E di burrasca.

Guidati da fremiti e impazienza, attraversammo le sabbie di lato al fiume. Sull’altro lato il mare, stipendiato guardiano che non smetteva un attimo di osservarci. Poche le persone, molte le lingue. Straniere, come un tempo. Poi avanti, a scalare la scogliera: una stradina bassa, facile, non era acqua da attraversare fu un sollievo.

Passi, guizzo di gambe, veloci. Più rapidi ancora, per vincere il sole, già arancio di stanchezza. Tra noi poche le parole. Poi più avanti, una curva, un piccolo dirupo, infine vedemmo l’isolotto: Kr’dhl’n. Un pane di terra verde a forma di civraxiu, unito alla terraferma da un piccolo istmo dal corpo più di poseidonia morta che di sabbia.

Gli scongiuri avevano funzionato, si poteva passare. L’acqua era aperta, ritirata, calma.

Pochi metri di larghezza, forse quindici di lunghezza. La città dimenticata era vicina, senza farsi vedere.

All’improvviso ci venne incontro una donna – straniera forse – dall’accento gentile. Al nostro cenno di saluto, appena abbozzato con il capo, ci parlò senza aspettare domande: le altre due persone sono scese di qui, questa è la strada – disse.

Dove portava quella strada? Pensammo all’unisono, in silenzio. Perché ce la indicava con tanta sicurezza, quasi ci stesse aspettando? Le altre persone poi… quali altre persone?

Eppure questo bastò per farci accelerare il passo, uccidendo queste domande. Fu tutto molto veloce. Scendere il dirupo ove i ginepri offrivano la mano. Giù in spiaggia, anzi due le spiagge divise dall’istmo. Primo segno: un palo di legno, conficcato sulla sabbia a spettinare le alghe secche.

Poi oltre, una breve salita, cespugli. Eccole le prime mura ove sapevamo poteva essere il sentiero dei morti, il tophet. Del tempio nessuna traccia, solo cespugli, alti poi bassi e di nuovo alti; quasi onde, verdi. Infine ci lanciammo sull’isolotto, percorrendolo su traiettorie a croce. Alte scogliere ai lati, a sud soprattutto. Nulla, di sotto solo acqua, maledetta acqua. Di sopra solo altri arbusti, rigogliosi quanto sottomessi al vento. Mistral.

Ci guardammo, tre parole: andiamo-di-là.

Un minuto di cammino, ancora ginepri, infine un sentierino disegnato a matita e infine lo trovammo. Il tempio di Ba’al era oramai solamente un recinto di pietre, un quadrato quasi fosse gioco di bambini. Un ricordo, un’idea. Ma non fu questo a sorprenderci, fu ben altro.

L’eroina spumeggiava ancora nella siringa di una delle due persone che vi trovammo sedute, in quel tempio. Insieme al sangue, che defluiva dalla vena trafitta sul braccio sinistro della donna piedi di gomma. Furono attimi, furono sorprese dalla nostra presenza. Imbarazzo il loro, la paura la nostra. O forse il contrario, quasi avessero visto le genti dai vestiti color porpora, di nuovo, ancora. Andare a bucarsi nel luogo meno conosciuto di una costa, dentro un tempio di phoinikes abbattuto su di un’isola a forma di pane, quasi fosse un rito, per poi essere sorprese da due curiosi in cerca di avventure e ritrovamenti? No, non doveva essere stato nei loro programmi.

La donna piedi di gomma pose termine velocemente all’operazione su se stessa, poi abbracciandosi all’altra sua compagna d’inquietudine si dileguarono, entrambe, insieme, trascinandosi nel verde. Incerte ma leste. Non uno sguardo, più impietrite di noi che, con sfrontata prepotenza e freddezza a nascondere sorpresa, entrammo dentro il tempio raso al suolo, per esplorarne le pietre lavorate.

Surreali densi pensieri, ma non ci fu di nuovo il tempo.

Ci fu una seconda sorpresa, mentre tutto si dipingeva d’oro. A quanto pare il luogo era ben frequentato. Dall’istmo, veloci, arrivarono i due ragazzi, questi agitati. Occhi svelti, membra nervose. Cercavano, cercavano, gambe d’Achille, alti magri, agili tra i cespugli. Decidemmo di andar via, impauriti stavolta, forse. Giù, piccolo salto, istmo di nuovo, i ginepri maledetti, su in alto a scalare – “attenzione a non scivolare!” – mi girai più volte ad osservare, non smisi mai di osservare. Intanto la ricerca dei due continuò, insistente, nervosamente impaziente. Nulla? – disse a voce alta il ragazzo più basso – no, ancora nulla – rispose lo smilzo fiori del male. Accelerammo il passo, quando avvertimmo ancora più agitazione tra il verde, nel mezzo dell’isolotto a forma di civraxiu.

Infine, iniziammo a sorridere della cosa quando di nuovo ci apparve la donna di prima. Era ancora lì, rimasta quasi in attesa forse per tutto il tempo, dietro ad una curva, quasi avesse osservato tutto dall’alto.

Con un largo sorriso e lo stesso accento gentile e straniero ci disse: bello l’albero, vero? Rispondemmo con un “sì”, sicuri però in cuor nostro che la risposta attesa doveva essere ben altra.

Un codice? Un complice?

Riprendemmo con decisione il passo, senza voltarci.

Fu quindi sabbia di nuovo e luce bassa e quella bellezza atroce di una terra antica, custode di rovine dimenticate, testimone di umanità forse sprecata.

B’yth’a, la dimenticata.

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