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“Italia, non riconoscere i Talebani in Afghanistan”. L’appello dello scrittore Enaiatollah Akbari scuote le coscienze

Di Mario Gottardi
02/10/2021
in Cultura, Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
Enaiatollah Akbari

Enaiatollah Akbari al Premio Salvatore Cambosu

Lo scrittore Enaiatollah Akbari è nato 33 anni fa nell’Hazarajat, la regione degli Hazari, la sua etnia, un territorio montuoso a ovest di Kabul, Afghanistan. Oggi vive e lavora a Torino, dove si è laureato in Scienze Politiche. Salvato dalla mamma che lo ha “abbandonato” da solo in Pakistan quando aveva dieci anni. La sua epopea (il termine non sia considerato esagerato) è stata raccontata da Fabio Geda in ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’ (2010), divenuto un bestseller letto e amato in tutto il mondo. Il seguito della storia di Akbari è stata scritta da lui stesso e dallo stesso Fabio Geda in Storia di un figlio (entrambi editi da Baldini+Castoldi).

Enaiat, come è chiamato da tutti, sabato scorso 25 settembre era a Orotelli, in provincia di Nuoro, in qualità di finalista del Premio “Salvatore Cambosu”, sezione narrativa. È stata un’ottima occasione per parlare di cosa succede realmente in Afghanistan e delle sue tragedie, dell’Italia e delle sue ipocrisie, dei media e del loro ruolo, con una persona che conosce entrambi i paesi, con i loro pregi e le loro storture.


Il mondo è stato impressionato dalle madri e dai padri che mettevano i loro figli nelle braccia dei soldati che scappavano dall’Afghanistan. Cosa hai provato quando hai visto quelle immagini?

Una lacerazione nel mio cuore. Mi ha ricordato la mia storia. Anche mia mamma ha fatto così: quando avevo 10 anni mi ha portato in Pakistan e mi ha lasciato lì perché sapeva che in Afghanistan non potevo avere un futuro. È la dimostrazione dell’amore immenso verso di una madre verso un figlio. I nostri genitori conoscono molto bene i Talebani, che non sono cambiati. L’Afghanistan è un cerchio che non si chiude mai.

La copertina del libro di Geda-Akbari

Quante persone stanno per intraprendere un viaggio come il tuo?

Tante. Potrei dire milioni. Perché chiunque abbia lavorato con il governo o con un paese della comunità internazionale o collaborato con una ONG che si trovava in Afghanistan rischia di essere perseguitato, torturato e di morire. Inoltre, c’è anche la carestia, per cui credo che davvero tantissime persone ora proveranno a lasciare il paese.

Hai notizie da amici e familiari?

Sono in contatto con i miei parenti, con i miei suoceri, e con alcuni attivisti in diverse città che di nascosto lavorano collaborano con me e mi danno informazioni. Siamo diversi dai nostri genitori, perché la mia generazione è connessa col resto del mondo. Abbiamo gli stessi principi, diamo lo stesso valore alla vita che si dà in Sardegna, in America o in India. La mia generazione crede nel dialogo.

Com’è raccontato l’Afghanistan dai media italiani ed europei?

C’è molto da dire sull’Afghanistan, che non è solo Kabul. Nella capitale qualunque immagine, qualunque intervista non è spontanea. I giornalisti italiani ed europei sono guidati. I Talebani scelgono il luogo più adatto, cercano e trovano chi deve parlare, chi sa usare parole “dolci” per avere il consenso dell’Europa.

La targa del Premio “Salvatore Cambosu” ad Akbari per “Storia di un figlio”

Invece, nel resto del paese?

Oltre Kabul c’è il 95% dell’Afghanistan che si trova in una situazione pessima, dove mancano cibo e medicine, dove la persecuzione avviene casa per casa. 

Cosa intendi?
Faccio degli esempi. Un insegnante per aver ricevuto una busta paga dal governo è stato perseguitato. In un villaggio vicino al mio un preside di una scuola femminile è stato assassinato perché si era rifiutato di chiudere una scuola femminile. Questo non viene raccontato. Anzi, si dice invece che i Talebani vogliono riaprire scuole femminili. La realtà è ben diversa.

Cosa pensi quando vedi il tuo paese così?

Mi fa molto male. Perché i sogni della mia generazione sono stati gettati via. In questi vent’anni, nonostante i continui attentati davanti alle scuole e le persecuzioni la mia generazione ha creduto veramente alla democrazia. All’improvviso tutto questo è finito. Con i talebani e l’imposizione della Shari’a siamo costretti a regolare la nostra vita sul passato invece che a immaginare un futuro. E non un passato di venti anni fa ma di 1.400 anni fa e questo ci fa male perché ci stacca dal resto del mondo.

Abdul Ahad Momand, primo cosmonauta afghano, 1988 (fonte: https://www.facebook.com/conosciamoURSS/posts/1868908989947982)

Guardando le foto degli anni Settanta e Ottanta invece l’Afghanistan sembra un paese moderno, all’avanguardia.

L’Afghanistan è uno dei primi paesi fondatori delle Nazioni Unite. Abbiamo avuto una regina, Soraya (che è venuta in esilio in Italia nel 1928 assieme al marito, il re Amānullāh Khān, e dove ha vissuto fino alla morte, nel 1968, ndr) che negli anni Venti del Novecento ha aperto le scuole femminili, le prime dell’Asia Centrale. C’è stato un ottimo percorso di progresso, cercavamo di modernizzarci. Purtroppo la guerra porta alla distruzione. E dopo la guerra contro i sovietici è scoppiato il caos. Poi sono arrivati i talebani che hanno finito di compiere la distruzione culturale del Paese.

L’Italia e l’Europa sono come te le aspettavi?

Prima di arrivare in Italia non avevo minimamente idea di come fosse. La prima città che ho visto è stata Venezia. E mi sono detto “wow, dove sono!?”. Solo dopo ho scoperto di essere in Italia. Attualmente mi sento privilegiato, perché so bene che non tutti i migranti hanno la stessa fortuna che ho trovato io. Dove sono nato e nei paesi dove sono transitato non avevano una legge che regolassero i minori non accompagnati, come c’è qui. Spero che presto ci sia una legge che garantisca questi diritti e queste opportunità a tutti i migranti, non solo ai minori.

Cosa provi sapendo che l’Italia, la tua nuova casa, tollera situazioni disumane, come i campi in Libia? O l’Europa che paga la Turchia per fermare i migranti?

Sono consapevole che gli avanzi di cibo che in Italia ogni anno si buttano nella spazzatura possono sfamare la metà dell’Africa. Le persone che vengono qui sognano un futuro come l’ho sognato io, vengono invece ignorate, “messe in magazzino”, parcheggiate. Contano come un numero non come persone. Mi fa molto male.

Come ultima domanda, microfono aperto: dì quello che preferisci

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