Siamo subito chiari ed onesti, parliamo di una band con quasi trenta anni di carriera, 2022 versus 1996 (Placebo) e otto album di inediti, dei quali il penultimo è datato 2013, un era geologica diversa, insomma. Il tutto insieme a cambiamenti di line up, trasformazioni interiori e totale imprevedibilità, un frontman, autore, factotum, imprevedibile e scostante, spesso assolutamente sottotono ma capace sempre di ricordarci inaspettatamente chi è.
Dovremmo immediatamente capire che la sostenibilità di una proposta musicale solida e costante nel tempo è pressoché – quasi – impossibile, e questi non sono pregiudizi, anzi, sono ragionamenti da chi non concepisce il comportamento da fan e preferisce l’analisi della realtà; ed in questo caso la realtà ci restituisce un album che, ascolto, dopo ascolto, sembra diventare sempre meno piatto, meno banale, più corposo.
Iniziamo subito con lo stupore di una “Forever Chemical” che mi ha riportato quasi ai fasti di “Battle For The Sun” e la successiva “Beautiful James”, singolo inaugurale ormai in heavy rotation da mesi che riesce a non perdere quota.
“Never Let Me Go” potrebbe sembrare partire subito con le migliori intenzioni, con un Brian Molko assolutamente in grado di ferire con la sua voce nel nostro animo come lustri fa, anche se ormai senza la sua lascivia (“Meds” o “English Summer Rain”), ma ecco che immediatamente, dopo la prima seduzione delle prime due tracce, inizia un lento declino che – siamo onesti – non vuol dire pessime canzoni, però “Happy Birthday In The Sky” sebbene potenzialmente appetibile, non riesce a spiccare e lascia spazio ad una successiva “The Prodigal” che continua questa missione di poter essere bellissima senza però riuscire ad esserlo.
E allora che si fa? Sono onesto, la prima volta mi ero stoppato qua, a riflettere se avesse senso continuare con questo mix di synth, batterie campionate, la solita voce nasale e compressa di Molko e, con fatica, ho deciso di continuare e forse l’unica cosa che – scherzo della vita – mi ha motivato a riprendere è la profetica “Try Better Next Time” che invece, a sorpresa, rispolvera una strana e malandata solarità tutta british che, credetemi, rimane a risuonare dentro.
L’album prosegue con alti e bassi, lanciando quasi dei messaggi come a poter dire un “vorrei ma non posso” con elementi da non riascoltare mai come “Sad With Reggae” ed invece altri pezzi come la successiva “Twin Demons” che potrebbe anche candidarsi a discreto singolo.
In definitiva un buon album, con alcuni estratti che ancora riescono a ricordarci chi sono i Placebo ma che sulla lunga distanza dei suoi 58 minuti e 13 canzoni rischia troppo spesso di annoiare.
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