Tumbu, mancosa, mancosedda. Le launeddas, con i loro caratteristici suoni, si presentano da sole. Strumento fatto di canne palustri, polifonico e antichissimo, da qualche tempo ha incontrato la magia dell’elettronica e dei sensori con anche un recentissimo aggiornamento. Ne abbiamo parlato con l’inventore, l’ingegnere sulcitano Francesco Capuzzi che di recente ha fatto l’upgrade del dispositivo rendendolo più fedele e personalizzabile.
“Sono laureato in ingegneria elettronica – ha affermato presentandosi – ma sin da bambino ho avuto l’hobby dell’informatica, dell’elettronica e della musica. Le launeddas ho cominciato a strimpellarle nel 2002, appena laureatomi in ingegneria elettronica”. Ed è allora che è nata l’idea delle electroneddas. “In quel periodo, sperimentando dei circuiti elettronici per la sintesi audio, ho notato che si poteva simulare il suono delle launeddas anche con forme d’onda relativamente semplici. Oltretutto era proprio il periodo in cui Hevia era uscito alla ribalta con la sua gaita elettronica”.
Ma il nostro strumento a fiato, a differenza della cornamusa asturiana tradizionale utilizzata dall’artista citato, non ha una sacca d’aria. Per suonare le launeddas occorre un particolare tipo di respirazione, quella circolare a fiato continuo. Per le electroneddas, però, il discorso è differente in quanto – come spiega Capuzzi – “tutti i modelli utilizzano dei microcontrollori per sintetizzare il suono in base ai segnali che arrivano dai sensori delle dita e, se attivo, del sensore di fiato. Questo significa che il suono è totalmente elettronico e non richiede necessariamente di soffiare. Il fiato è però importante per aggiungere espressività alla suonata”. Stiamo quindi parlando di un congegno digitale nel vero senso della parola.
Ed è nel test dei vari prototipi, per capire la suonabilità dello strumento elettronico, che è emersa l’importanza della digitazione. “Più che il suono il primo problema è stato avere dei sensori per le dita che non richiedessero una pressione maggiore di quella che si usa sulle launeddas di canna, il che avrebbe richiesto al suonatore di dover cambiare tecnica esecutiva”. L’invenzione, all’epoca, è stata accolta positivamente nonostante qualche dubbio destato da un’invenzione così moderna all’interno di un contesto tradizionale. Raconta Capuzzi che “nel 2007, tramite il suonatore-sperimentatore Riccardo Pittau”, il primo suonatore professionista “a testarle fu Andrea Pisu”. E che quest’ultimo trasmise la giusta curiosità a “Piero Marras, che le ha utilizzate per qualche tempo in apertura ai suoi concerti”. Riscontri più che favorevoli, quindi, “a parte qualche incomprensione iniziale dovuta più che altro alla poca conoscenza dello strumento, visto più come una trovata pubblicitaria che come un supporto ai suonatori”.
Nel corso del tempo le electroneddas si sono evolute con diversi aggiornamenti. Il primo dieci anni fa: “Nel 2013 ho presentato il secondo modello, più portatile e dal suono più fedele, anche perché dotato di sensore di fiato”. L’ultimo è di qualche settimana: “Quest’anno ho presentato un nuovo modello che, oltre ad avere un suolo ancora più fedele, è collegabile al PC e tramite questo altamente personalizzabile”. Capuzzi, inoltre, è un profondo conoscitore della versificazione improvvisata di matrice campidanese (lui stesso canta versadas e mutetus) e, sempre nell’ottica del supporto agli esecutori, ha realizzato due applicazioni scaricabili da Google Play. Una è Sterrimatic che, come leggiamo nello store, è “un’aina po praticai su mutetu longu”. Nelle parole di Capuzzi, “un generatore di rime pensato per allenarsi a comporre mutetus longus al volo”. L’altra è Contramatic, “progettata per l’accompagnamento a bàsciu e contra della poesia improvvisata a sa moda campidanesa”. Ossia una registrazione de sa contra accompagnatrice con possibilità di accordature differenti in modo da avere l’accompagnamento dal dispositivo. Nulla da temere, quindi, per “su connotu”.
“A mio avviso – chiude Capuzzi – la cultura popolare è qualcosa di vivo, in continua evoluzione. Per cui ha senso sfruttare tutti gli strumenti e le innovazioni che ne favoriscano lo sviluppo senza snaturarne il senso”.










