Da una serie di viaggi alla ricerca di se stessi, per indagare le parti più intime dei luoghi e del sé, nasce la mostra fotografica di Maurizio Cau “Il raggio verde”, inaugurata giovedì 3 luglio negli spazi “The net value” in viale La Plaia 15, a Cagliari, introdotta dalla docente Donatella Masala e visitabile per tutta l’estate. Una trentina di istantanee scattate lungo il deserto del Sahara, visitato a più riprese a partire dal 2019, in cui l’autore ha avuto la fortuna di catturare il raggio verde, raro fenomeno ottico di rifrazione della luce solare cui è possibile assistere purché sussistano determinate condizioni, generalmente durante il tramonto (ma può accadere anche all’alba), dove un bagliore di luce verde compare un attimo prima che subentri l’oscurità.
Bagliore verde che lo scrittore Jules Verne, cui Cau si è ispirato, ha descritto molto bene nel romanzo “Le rayon vert”, indicandolo come “quel verde meraviglioso che nessun pittore può ottenere sulla sua tavolozza”, e che la natura non è mai stata capace di riprodurre nella sua sfumatura. Questo stesso scritto, inoltre, si basa su una leggenda scozzese secondo la quale chi avesse avuto il privilegio di osservare il raggio verde sarebbe diventato abile nel vedere chiaramente nel suo cuore e in quello degli altri, rendendolo immune da eventuali inganni nelle vicende sentimentali.
“Dopo avere catturato il raggio verde, l’ho utilizzato come metafora del viaggio che ognuno di noi compie per trovare l’unione di quelle due parti che Jung chiama ‘anima’ e ‘animus’, cioè la parte femminile e la parte maschile che ciascuno di noi conserva”, chiarisce l’autore.
Un’esposizione in cui la passione per i viaggi di Cau si accompagna a quelle della fotografia e delle pratiche di ipnosi regressiva, da cui ha avuto origine l’idea di viaggiare alla ricerca più profonda di se stessi, raccogliendo sufficiente materiale da valergli la mostra allestita nel Cagliaritano, che fa il paio con la personale organizzata nel 2024 a Milano.
Fotogrammi in grado di restituire le emozioni del viaggio. Ogni foto, infatti, richiama un momento specifico del percorso e ha un significato ben preciso. Tuttavia l’allestimento nel suo complesso è molto di più del semplice racconto per immagini delle vacanze, perché ogni fotografia si presta a un’interpretazione in chiave metaforica. Cau ha vissuto per tanti anni a Bali e in Indonesia, ed è un grande conoscitore dell’Asia e delle pratiche orientali di meditazione.
La voglia di scoprire lo ha portato inizialmente nella parte più occidentale del Sahara, che ha una particolare conformazione vulcanica e presenta profondi crateri di colore scuro. L’autore qui è rimasto affascinato dai panorami, che da subito gli hanno fatto tornare alla mente la teoria di Jung secondo cui ognuno di noi è seguito da un’ombra, che rappresenta il lato oscuro e sconosciuto della personalità. “La mia ricerca è stata quella di penetrare quell’ombra, che è qualcosa che in qualche modo ci divide dentro. Per farlo, ho utilizzato il deserto nero come luogo di meditazione, così da andare a esplorare quella parte oscura che ognuna di noi ha. Quello stesso viaggio prevedeva poi uno spostamento verso il deserto bianco, che simbolicamente rappresenta invece il viaggio verso la luce, luce che abbiamo dentro e che a volte difficilmente conosciamo o esploriamo”, spiega Cau.
Il deserto viene inteso dall’autore come un luogo di introspezione, di meditazione, di trasformazione. “Ogni volta che tornavo da un viaggio in cui avevo attraversato il deserto mi sembrava che il luogo ‘vuoto’ fosse quello in cui mi trovavo una volta tornato, e non quello da cui stavo arrivando. Il deserto è talmente pieno di energia che mi pare assurdo considerarlo ‘vuoto’”, precisa il fotografo.
Per Cau questi viaggi sono importanti nella misura in cui lasciano qualcosa in termini di indagine su se stessi, per questo motivo, ha spiegato, spera che il suo lavoro possa essere messo al servizio dei giovani, affinché acquisiscano maggiore consapevolezza sull’interiorità e sulla spiritualità e capiscano che l’ombra è parte di noi, e va esplorata per renderci ancora più umani, evitando che ci divida dentro.










