Questa è la storia di come ho scoperto cosa unisce ‘Tōkyō tutto l’anno’, l’ultimo libro sul Giappone di Laura Imai Messina e i volumi a fumetti ‘Quaderni Giapponesi’ di Igort. Quando, a gennaio, ho iniziato a leggere il primo, ho subito pensato che la scelta del graphic novelist sardo per le illustrazioni fosse molto appropriata. Conoscevo gli scritti di Imai Messina solo dal suo blog quindi non avevo particolari argomenti a sostegno di questa convinzione; era niente più di una suggestione, impalpabile e adamantina allo stesso tempo, resistente anche alla constatazione che i due non condividono particolari affinità stilistiche nel raccontare: lieve e lirica Imai Messina; asciutto, dall’austerità elegante Igort.

Già dal primo capitolo – sottotitolato ‘il mese degli affetti’ – una serie di immagini raccontate da Imai Messina mi rapisce: la Stazione di Harajuku, Takeshita street, che visitai da marito prima e da padre diversi anni dopo, le culture giovanili che si esprimono negli abiti dei ragazzi e delle ragazze che animano la via, i rockabilly che al parco di Yoyogi danzano come se ogni loro gesto possa fermare il tempo. Nello scorrere di poche pagine sono avviluppato dai ricordi, al punto che anche ciò che non ho vissuto finisce per parlarmi direttamente, come se oltre a un vissuto temporale, il libro faccia appello a un vissuto dell’anima. La stessa sensazione, simile a un deja-vu, mi coglie poco più avanti, mentre leggo dell’autrice che racconta ai propri figli di Raijin e Fujin, guardiani divini della porta Kaminari ad Asakusa: in un istante sono lì, a raccontare gli stessi personaggi a mia figlia cinquenne.
Talvolta, durante la lettura, dovevo fermarmi per cercare un luogo su una mappa o una vecchia foto. Altre volte interrogavo mia moglie: “Ricordi dove si trovava Marion Crepes?”, quasi a volerla portar dentro quel ribollire di emozioni sopite.

Le illustrazioni di Igort, pur con un linguaggio visivo più distaccato e contemplativo, amplificano ogni sensazione a dismisura finché, frustrato dal desiderio di averne di più in ogni capitolo, decido di riprendere in mano anche ‘Quaderni Giapponesi’. Lo apro in un punto a caso e mi ritrovo insieme a Igort a Gokayama, le case gassho dai ripidi spioventi innevati. Un altro ricordo, stavolta di segno opposto, estivo, si schiude nella mia mente: mia figlia addormentata sulle ginocchia mie e di mia moglie mentre in autobus attraversiamo la strada di montagna che collega gli antichi villaggi di Gokayama e Shirakawa-go. E’ allora che capisco: può sembrare un paradosso, ma entrambi gli autor*, con mezzi differenti, dipingono quadri di un universale personale, destinati a tutti, ma a ciascuno in modi differenti. E non importa che in Giappone abbiate vissuto anni come Imai Messina, vi abbiate lavorato per lunghi periodi come Igort, vi abbiate viaggiato una o più o volte lo abbiate conosciuto solo tramite letteratura, manga, arti visive o altre discipline. Non importa se non avete vissuto la festa del setsubun di febbraio: lo ritroverete nel ricordo di un vecchio film magari, i cui eccessi narrativi verranno armonizzati dal sense of wonder del quotidiano caratteristico della scrittura di Imai Messina.
Allo stesso modo Igort alterna il racconto delle proprie esperienze personali con l’evocazione delle opere e degli artisti che lo hanno segnato come autore: Ozu, Kawabata, Mizuki, Taniguchi, Bashō, Tezuka, cosicché anche nel lettore – ancora una volta – il vissuto non può essere ignorato. L’esperienza autoriale diviene rielaborazione e infine esperienza personale.
‘Tōkyō tutto l’anno’ si divide in dodici capitoli, ciascuno dedicato a un mese dell’anno e a differenti zone della capitale nipponica, raccontando, attraverso la lente degli affetti e delle vicende personali, l’importanza culturale e umana della stagionalità, la bellezza della ritualità nel succedersi delle ricorrenze e il fascino di una cultura in cui il dettaglio di ogni gesto è carico di significato. Lo fa rendendo familiare e riconoscibile anche ciò che non si conosce: il racconto dell’impercettibile sfumare di un quartiere di Tōkyō in un altro è una sensazione che anche il turista occasionale può sentire sua. Mentre il volume di Imai Messina cerca un difficile equilibrio tra il racconto familiare, di viaggio e la guida, ‘Quaderni giapponesi’, in particolare il primo volume, sono più un memoir intellettuale e il racconto di un amore per le arti visive giapponesi in ogni loro aspetto, da quello più materiale – è splendido il raccontare di carta washi e lastre di zinco – fino a quello più concettuale.
Entrambe le opere, pur con le loro differenze, raccontano il Giappone come un luogo dell’anima, uno scrigno di tesori eternamente cangianti, dove la parola “effimero” perde la connotazione negativa occidentale per rivelarsi più profondamente come l’ordine naturale delle cose.
Cagliari, 11 marzo 2021, nel decennale del Grande Terremoto del Tohoku.










