Kaos, Don Kaos, Marco, vari nomi per una unica identità del rapper italiano che più incarna il concetto di Leggenda (con la L maiuscola, si), è il Tom Waits della scena rap hardcore, un esistenzialista che da sempre con il suo taglio cinico, disilluso, puro, è praticamente un pugno in faccia verso cui tendiamo le braccia.
E ‘Chiodi’ è il nuovo disco dopo sette anni dal grandioso ‘Coup De Grace’, anno domini 2015 realizzando così, in totale, sei album in una carriera trentennale (esatto, trentennale), dove, Kaos, partendo dagli anni ’80 insieme a Dj Gruff ha letteralmente scavato il solco per far fiorire la scena rap tricolore mantenendo nei suoi confronti poi un costante e nobile distacco per tutto ciò che è patinato o comunque solo in superficie ma al contempo è sempre stato presente con una immensa costanza per l’attività live, alternandosi nei palcoscenici di tutta Italia.
‘Chiodi’ è un album difficilissimo, come lui stesso ha ammesso, un album in cui ha dichiarato con trasparenza, forza e onestà la propria condizione, già di outsider come standard ma gravemente rinvigorita dagli eventi di questi due ultimi anni.
“Fine dei programmi, abbiamo i giorni contati
Io conto cinquant’anni, cinquant’anni suonati“
Sin da ‘Boris Karloff’ siamo investiti dal suo flow violento, graffiante, dai suoi testi densi di significato, da rileggere e non solo da ascoltare, in parte (tanta) autobiografici ma capaci come uno specchio multiriflettente di intercettare e riflettere le varie angolazioni della realtà tra le quali (ebbene si) anche la nostra.
Si, nei testi di Kaos possiamo esserci anche noi, quei ‘Chiodi’ che lo trafiggono o che non lo trafiggono più sono qui anche per noi ed il nostro problema è se non lo abbiamo mai riconosciuto perché prima o poi li ritroveremo nel nostro percorso, magari solo a scalfirci, oppure addirittura ad infilzarci come un San Sebastiano (erano frecce, lo so) con la consapevolezza che tutti feriscono ma l’ultima uccide (necat).
La produzione di Dj Craim, secca, essenziale e violenta, l’utilizzo forte della batteria che getta le fondamenta per l’attività live rendendo continua l’esperienza tra l’ascolto digitale e quello fisico, i featuring del Colle e dei DSA Commando (altre leggende) completano un album che riesce ad essere contemporaneo e senza tempo (niente banali riferimenti a fatti odierni, ad esempio, sempre ad effetto ma che poi fanno scadere qualsiasi lavoro dopo pochissimo tempo, considerando poi la turbolenza di questi tempi).
11 Canzoni, 38 minuti, un album da ascoltare secondo la tracklist senza skippare niente, riascoltare, rileggere, capire, citare e conservare gelosamente perché, sappiamolo, prima che Kaos ritorni a scrivere ci vorranno di nuovo molti anni.
Ma, nel frattempo, sarà live, magari proprio vicino a casa.
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