Su Edgar Allan Poe è stato scritto, detto, sceneggiato e girato di tutto eppure la sua prosa, che ai tempi dello scrittore americano era così innovativa e di rottura, può ancora scuoterci se raccontata nella giusta maniera. Ed è questo il caso di “Poe”, spettacolo interattivo ideato e messo in scena dagli Artisti Fuori Posto: un viaggio immersivo fin dall’ingresso a teatro in un mondo animato di spettri reali e immaginari, una discesa agli inferi.

Ambientato nel manicomio criminale di Sheppard Pratt Hospital, nel Maryland, terra celebre per il soprannaturale, il dramma offerto al pubblico si dichiara immediatamente in tutta la sua urgenza. Non siamo spettatori, siamo giurati, e dal nostro giudizio dipenderà la salvezza o la condanna di uno dei tre pazienti ricoverati. L’atmosfera è tesa, ben lontana dal divertissement teatrale.
In uno spazio buio, dalla scenografia essenziale e proprio per questo efficacissima, si aprono a turno tre cubicoli neri, rischiarati da una flebile luce dove Filippo Salaris, Piero Murenu, Alessandro Pani propongono “La botte di amontillado”, “Il cuore rivelatore”, “Il gatto nero”. È difficile in un’epoca di orrori veri e cinematografici risultare credibili ma la ferocia, l’ansia e il terrore arrivano prorompenti grazie a una recitazione eccellente. L’uso del corpo e della voce conferiscono la giusta enfasi alle visioni di uno scrittore che ha ridisegnato i confini del gotico.
Tutto concorre perché chi guarda avverta l’inquietudine e il senso di minaccia che giungono dagli abissi dell’animo umano senza esclusione di amicizia, affetto o parentela. Nessuno può essere risparmiato, nessuno è al sicuro. Le storie, crude, nerissime, sono ora davanti ai nostri occhi, demoni in forma umana bisbigliano e urlano i loro atroci delitti: sono le tenebre più profonde che si fanno strada nella nostra quiete per distruggerla. Ed è presto giunto il momento di decidere chi, tra i tre derelitti, sarà graziato e privato di una vita all’insegna della follia e dello smarrimento.

Assistiamo a tutto col rigore che si pretende da una giuria, col riserbo che ci fa interrogare sui nostri mostri, ben nascosti e incatenati dietro la maschera di cittadini per bene. Lasciamo il teatro con l’eco di uno sparo nelle orecchie e l’odore pungente della polvere da sparo, chiedendoci se siamo migliori di chi abbiamo appena condannato.
La grande prosa, come quella di Poe che mette in gioco paure e sentimenti, non invecchia e l’uso che ne fanno gli Artisti Fuori Posto la rende ancora una volta coinvolgente, attuale e fonte di riflessione. La versatilità dimostrata dalla compagnia (abbiamo già parlato delle loro produzioni qui, qui, qui) ci dimostra che non servono produzioni faraoniche e budget stellari quando ci sono competenza, passione e creatività. Proporre un’esperienza immersiva, e ancora di più interattiva, è molto rischioso ma tutto è studiato alla perfezione, senza cedimenti o sbavature e l’esecuzione è impeccabile.
Con Filippo Salaris, Piero Murenu, Alessandro Pani recitano anche Roberto Dessì, Francesca Saba, Alessio Arippa, Alessandro Redegoso, Paolo Salaris; audio e luci sono affidate a Ivano Cugia, i costumi ad Alessandra Lecis. Le foto di scena sono di Oscar Gaviano.










