E pensare che se non fosse stato per il bellissimo e fortunato album “Il fischio del vapore”, inciso nel 2002 con Francesco De Gregori, dedicato ai canti popolari, tanti non avrebbero mai conosciuto il nome di Giovanna Marini, folksinger di razza, sublime compositrice e formidabile chitarrista, spentasi mercoledì nella capitale all’età di 87 anni. Romana di origine calabrese, la sua scomparsa lascia un vuoto immenso nella musica della tradizione orale, che ha saputo restituire in maniera fresca e inedita attraverso un’instancabile ricerca sul campo condotta in tanti luoghi del nostro Paese.
“Sono andata in quei posti per imparare a cantare, per trovare materiale nuovo e il modo giusto di riproporlo, perché il repertorio della tradizione orale o lo canti nel momento della sua ritualità, o bisogna trovare il modo di ripresentarlo in maniera rivoluzionaria”, disse qualche anno fa, mentre ricordava i tempi in cui, armata di registratore, andava nelle campagne per apprendere e immergersi in quei canti che tanto l’affascinavano, vivendo gomito a gomito con pastori e contadini al fine di assorbirne la cultura che poi riversava nelle sue canzoni.
Giovanna Marini è stata la musa indiscussa del folk italiano, del canto sociale, ma anche brillante virtuosa della voce con il suo gruppo Quartetto Vocale per il quale compose molti neo-madrigali che il pubblico sardo applaudì negli anni in diverse occasioni. La Sardegna la conosceva bene e gli amici non mancavano: Maria Carta, di cui fu profonda estimatrice (nel 2006 venne insignita del premio che porta il nome della cantante di Siligo), Elena Ledda, Clara Murtas, Valeria Pilia, Peppino Marotto, Totore Chessa, Pastori di Orgosolo. La musica era scritta nel suo dna: il padre Giovanni Salviucci, allievo di Respighi e Casella, era infatti un compositore, la madre Ida Parpagliolo, insegnava armonia al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Fu li che si diplomò in chitarra classica, dopo che una complicazione al braccio le impedì di continuare gli studi in pianoforte costringendola a cambiare strumento.
La musica è sempre stata la sua libertà. Una libertà che le ha regalato tanto: composizioni intrise di cronaca, poesia e tragedia come “I treni per Reggio Calabria” e “Lamento in morte di Pasolini”, gli anni trascorsi nel mitico Folkstudio, la militanza nel Nuovo Canzoniere Italiano (gruppo-laboratorio dove entrarono a far parte Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Fausto Amodei, l’ex mondina Giovanna Daffini e la folk singer toscana Caterina Bueno), la partecipazione nel ’64 al Festival dei Due Mondi di Spoleto nello spettacolo Bella Ciao. E ancora: gli incontri con Segovia (con lui studiò a Siena durante un corso di perfezionamento), Carosone (con cui fece una tournée in Spagna), Pete Seeger, Martyn Joseph (tra i fondatori nel ’74, insieme a lei, della Scuola Popolare di Musica di Testaccio), Berio, Nono. E quelli con Pasolini, Calvino, Fortini, Eco, Fo, Feltrinelli, De Martino, Carpitella, Bosio, Bradley, Leydi e molti altri.
Artista colta, impegnata e oltre le mode, Giovanna Marini (che conservò il cognome del marito Pino Marini, fisico nucleare) aveva anche un gran senso dell’ironia. Raccontò che un giorno, mentre cantava la “Ballata dell’America“, vide Pietrangeli e Della Mea “agitare le mani in segno di “du’ palle”. Diciamo che ho spesso cantato all’insegna del du’ palle”. Battuta fulminante e intelligente, com’era nel suo stile.
(nella foto del 1979, Giovanna Marini con Francesco Guccini e Paolo Pietrangeli)










