A un mese dalla scomparsa, commemoriamo l’indimenticabile Gino Strada con un ricordo personale di Michele Abazia, che è stato volontario di Emergency per la Sardegna e che ha conosciuto e lavorato con il fondatore della onlus e sua moglie Teresa Sarti. Dallo scritto di Michele emerge chiaramente il carattere del chirurgo e di sua moglie, la loro ruvidità, la loro ironia, la loro tenerezza, che ci mancano da morire.
Ho conosciuto Gino Strada e Teresa Sarti una quindicina di anni fa, quando vennero a Cagliari per conoscere i volontari di Emergency. All’epoca la sede di Emergency a Cagliari era nel mio ufficio e io avevo 27 anni.
Ricordo, durante il suo discorso, le espressioni dei volontari: erano tutti affascinati, imbarazzati, ammutoliti. Io no. Volevo sapere e la prima cosa che chiesi fu: “Perché aiutare loro quando ci sono tante persone da aiutare in Italia?”. Nella stanza scese il gelo. Tutti mi guardavano come se avessi detto chissà quale castroneria. Invece Gino (o forse Teresa, non ricordo bene) semplicemente risposero che “loro”, come li avevo chiamati io, se non ci fosse stata Emergency semplicemente non avrebbero avuto nessuno. Un nessuno assoluto senza diritto di replica.

È forse da lì che io e Gino Strada ci siamo piaciuti. Il mio essere schietto lo aveva colpito. Ed è da lì, da quella occasione, che non mi sono mai fatto più problemi a dire la mia.
Fui io quel giorno ad accompagnarli all’aeroporto e forse per quel motivo ebbi i loro numeri di cellulare. Per passare a prenderli al termine dei loro giri. Eravamo naturalmente in ritardo e stavano per perdere l’aereo. Premetti un po’ sull’acceleratore e ricordo le grida di paura di Teresa sul sedile posteriore. “Meglio perdere l’aereo che non prenderlo mai più”, gridava. E io e Gino ridevamo.
Qualche tempo dopo divenni coordinatore di Emergency per la Sardegna. Ci sentivamo spesso io, Gino e Teresa. Un giorno avevamo dei problemi con delle magliette da dare ai banchetti dei volontari. Non ricordo esattamente il problema ma spazientito chiamai direttamente Gino per lamentarmi. Mi rispose in malo modo dicendo che stava per partire per andare ad operare bambini e di non rompere con le magliette. Risposi di getto che era anche grazie alle magliette che davamo che lui poteva operare bambini. Immediatamente calò il silenzio. Lunghi, interminabili secondi di silenzio, interrotti da un suo “Devo andare ciao!”.
Mi si fermò il cuore. Mi sentivo in colpa. Lui andava ad operare bambini ed io non solo mi preoccupavo di semplici magliette ma avevo messo sullo stesso piano il suo lavoro di volontario chirurgo sotto le bombe ed il nostro di divulgazione e raccolta fondi, dove il massimo del pericolo era che ci scendesse addosso la pioggia. Altro che bombe! Ero disperato. Non solo non avevo risolto il problema ma mi ero inimicato Gino. O, per lo meno, così era nella mia testa.
Mezz’ora dopo mi chiamò Teresa. Volevo subito chiedere scusa ma lei parlò per prima: “Michele mi ha chiamato Gino. Dai risolviamo sto problema. Lo sai com’è fatto Gino, non voleva essere scortese”. Sono certo che scortese non è stato il termine che ha usato. Ml sentii piccolo piccolo. Era lui che si stava scusando. Lui, Gino.

Naturalmente il problema si risolse e poi tante altre volte ci siamo sentiti con Gino e Teresa, anche solo per un saluto. Mi chiamava il rompicoglioni delle magliette. Poi Teresa è venuta a mancare e io non ho trovato il coraggio di chiamarlo. O forse quando lo chiamai non mi rispose subito e io non riprovai.
Questa volta, però, non posso più rimediare.
Mi piace pensare che i grandi non scompaiano davvero ma continuino a vivere in tutto quello che hanno creato e poi nei pensieri e soprattutto nelle azioni di chi è rimasto e li ha amati. Anche nelle parole e nei ricordi di un “rompicoglioni delle magliette”.
Ciao Gino e Teresa, non vi dimenticheremo mai.










