La Sardegna Volleyball Challenge, manifestazione in programma a Oristano dal 24 al 27 settembre, è stata un’ottima occasione non solo per assistere al grande spettacolo del volley con le superstar mondiali ma anche per fare qualche riflessione che, partendo dallo sport, abbraccia una fetta più ampia delle nostre vite.
La mia prima considerazione è che il palazzetto è stato letteralmente preso d’assalto da bambini che facevano un tifo incredibile. La fascia 8/16 era molto ben rappresentata e questo dimostra quanto eventi come questo siano salutari per entusiasmare e motivare i giovanissimi. Chissà, magari il loro futuro sarà la nazionale, o ricoprire uno dei tanti e prestigiosi ruoli tecnici che ruotano intorno alle grandi squadre. Quel che è certo è che lo sport è cultura. Cultura e inclusione di default: mai cori razzisti, mai battute sessiste e mai discussioni troppo accese, tantomeno risse. Il volley è educato, e lo è anche il suo pubblico. Fa piacere veder sventolare, tra le bandiere dei quattro mori, anche quella della Palestina.
Il tifo è sano, corretto, educato. E se anche gran parte delle persone erano lì per Alessia Orro, miglior palleggiatrice dei recenti campionati del mondo, non vengono negati applausi a nessuna giocatrice, più o meno famosa. Si respirava un grandissimo rispetto, una gioia condivisa, una vera festa. E nonostante l’agonismo e la giusta competizione questo rispetto s’è visto anche in campo tra le atlete che si bersagliavano di schiacciate ma a fine gara vincenti e perdenti si abbracciavano tra loro, chiacchieravano e facevano stretching insieme. Un esempio che anche nella vita di tutti i giorni dovremmo seguire nelle piccole e grandi beghe quotidiane.
La seconda considerazione è il confronto stridente tra il volley femminile e quello maschile. Sono tuttora in corso i campionati del mondo e la nazionale italiana maschile è passata alle semifinali. Può contare su un roaster di giocatori fortissimi e una guida, Fefè De Giorgi, che a strategia non è secondo a nessuno. Però…c’è più di un però con questa squadra.

Da anni ormai la compagine maschile appare, fatta eccezione per alcuni giocatori che apprezziamo come Lavia, Galassi e Sbertoli, più vicina al mondo del calcio che a quello del volley. Atteggiamenti strafottenti, sfidanti, irrispettosi dell’avversario, sono ben visibili quasi in ogni gara. Gli stessi atteggiamenti che fino a non troppo tempo fa gli allenatori punivano severamente in nome di un approccio più modesto a ricordare che non ci sono superstar ma una squadra che lavora.
Questo tipo di comportamento, avallato spesso da una troppo enfatica narrazione dei media, contribuisce ad alimentare quella tensione tipica del calcio, non esattamente lo sport che può vantare l’ambiente più sano in ambito sportivo, e inevitabilmente crea giocatori/eroi che compiono imprese titaniche a detta di chi racconta le partite in tv, giornali, siti e social.
E titanici lo sono, nel fisico e nella forza, unico elemento che viene orgogliosamente esposto ed esaltato facendo passare in secondo piano l’intelligenza, la disciplina e il rispetto, caratteristiche endemiche del volley e oggi considerate inutili orpelli di un passato remoto. Non ci piacciono questa retorica dei corpi e quest’epica machista. E non ci piacciono i panegirici su singoli giocatori perché fanno dimenticare che senza una squadra di supporto sarebbero dei signori nessuno.
Sappiamo molto bene che la leadership di alcuni è la leva per far appassionare i tifosi e farli partecipare agli eventi, quindi non fingeremo di non capire perché tutto questo avviene. Ma sappiamo anche che in una società come la nostra, inquinata da continui esempi negativi, gli atleti e le atlete del volley costituivano una garanzia di valori sani e diversi. Possono ancora incarnare quei valori, e noi ce lo auguriamo.










