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“Donne in Arte”, a San Gavino una mostra per mandare un messaggio di speranza contro la violenza di genere

Di Simone Spada
03/09/2022
in Arte
Tempo di lettura: 4 minuti
“Donne in Arte”, a San Gavino una mostra per mandare un messaggio di speranza contro la violenza di genere

Dal 22 al 28 agosto, San Gavino Monreale ha dato ancora una volta spazio alle opere artistiche di alcuni suoi talenti. L’occasione è stata data dal progetto “Donne In Arte“, che ha coinvolto la Commissione Pari Opportunità, la ProLoco e alcune artiste sangavinesi. Teatro della mostra i locali di Casa Mereu dove le installazioni hanno avuto il proposito di comunicare un messaggio di speranza e di solidarietà nei confronti delle donne che hanno subìto e subiscono violenza.

Particolarmente interessate Emanuela Cruccu e Giulia Serra, da diverso tempo tra le più grandi espressioni della maestria locale. A Nemesis Magazine hanno raccontato come è nata la loro collaborazione e come si è sviluppato il progetto di Donne In Arte.

Come vi siete trovate a collaborare per “Donne In Arte”?

Emanuela: “L’idea di una collaborazione era presente da tanto tempo, stavamo aspettando l’occasione giusta. Anzi, più che di collaborazione parlerei di dialogo tra i nostri lavori perché, nonostante lo spazio che ci separava, erano legati tra loro dalla stessa storia. Una storia che comincia al piano terra e che si sviluppa nelle stanze superiori. Speriamo, più avanti, di costruire qualcosa insieme perché ci accomuna la stessa visione dell’arte, abbiamo un impulso creativo molto simile”.

Come si è articolata la mostra e cosa avete voluto raccontare?

Giulia: “I nostri lavori sono stati inseriti in un contesto più ampio, dal momento che all’interno dell’edificio sono stati esposti i prodotti artistici di più donne. La storia che io e Emanuela narriamo è una storia che parte dal piano terra, dove sono esposte la scultura e l’installazione da lei realizzate, e che si sviluppa sino alle stanze superiori, che ospitano invece i miei lavori. C’è quindi un ‘prima’ e un ‘dopo’ della narrazione, una sofferenza che nasce, che cresce e che si congela in una tela, in cui è presente una grande ferita che ho voluto cucire. La tela sembrava riprodurre una pelle che ha vissuto la sofferenza, quasi scorticata e morta, come le speranze di sopravvivenza che spesso derivano da un atto violento. Oltre alla tela i due quadri esposti da me esposti erano un’ interpretazione del ‘’vuoto’’ che lascia l’esperienza della violenza, un vuoto che si trasforma in uno spazio nuovo da cui poter ricominciare”.

Quanto è importante l’arte nel vostro modo di raccontare la realtà?

Giulia: “L’arte è una costante nella nostra vita, è fonte di espressione e condivisione. La possiamo definire come una dimensione in cui necessariamente ci infiliamo per raccontare l’esistenza, come pensiamo il mondo. Cerchiamo di sperimentare il più possibile per allargare la nostra ricerca e rapportarci con diversi linguaggi espressivi, al fine di capire cosa più ci appartiene. Siamo in una fase di scoperta personale e dei nostri mezzi. L’arte è inoltre un processo di trasformazione che porta con sé una componente terapeutica sia per l’artista, che sente l’impulso creativo, sia per il pubblico che viene direttamente coinvolto”.

Libertà, silenzio, rumore: quanto pesano questi tre fattori nella vita degli esseri umani e quanto si legano alla mostra?

Emanuela: “Sono tutti fattori che ho inserito all’interno del mio lavoro ‘Macerie’, un’installazione che si compone anche di una parte audio in cui il rumore, intervallato da tre diverse voci (quella di una bambina, di una donna e di un’anziana) precede il silenzio. Tre voci che indicano tre fasi della vita in cui la violenza si manifesta in modi diversi. La voce è rumore ed è quel rumore che, in questo caso, è necessario perché rappresenta l’unico modo per far sentire il proprio dolore e per richiedere aiuto. Alcuni schemi concettuali e sociali possono influenzare la nostra percezione del mondo sin dall’infanzia. “Quella è roba da maschi, non fa per te” è una di quelle espressioni entrate ormai a far parte del linguaggio comune, che propongono una visione della realtà stereotipata e limitata. L’opera vuole, infatti, essere anche fonte di incoraggiamento per chi, da bambino, desidera inseguire i propri sogni scavalcando barriere e confini, rendendoli invisibili. L’abbattimento di certe categorie di raffigurazioni mentali così semplificate e il superamento del cosiddetto gender gap sono gli obiettivi di una battaglia quotidiana che infuria ormai da tempo. Gli atti e i trattamenti discriminatori nei confronti del genere femminile rappresentano una forma di violazione e violenza che coinvolge persone di ogni livello culturale e estrazione sociale e spesso provoca danni irreversibili sia dal punto di vista fisico che psicologico. Il mio lavoro vuole esprimere anche solidarietà a tutte quelle persone che, arrivate ad una certa tappa della propria vita, cercano rifugio in case d’amore ma che si affacciano in posti senza finestre, senza luce e colmi di paura. Proseguendo nella visita le opere di Giulia ricalcavano i concetti appena descritti. La grande ferita al centro della tela è un grido silenzioso fossilizzato nel tempo, un’immagine che ricorda un dolore passato ma comunque indelebile. Il taglio rappresenta però lo spazio simbolico attraverso cui il dolore e la sofferenza diventano degli strumenti per poter entrare in contatto con l’altro. L’opera dunque diventa anche un invito a curare e a conoscere la propria ferita per trasformarla in un dono”.

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