Alzi la mano chi non ha mai visto ‘Papillon‘ e chi non lo ha fatto se ne vergogni, chieda scusa e rimedi quanto prima. Il capolavoro del 1973 diretto da Franklin James Schaffner, con due mastodontici Steve McQueen e Dustin Hoffman, basato sull’omonimo romanzo di Henri Charrière, servirebbe a farsi appena un’idea di quanto potesse essere dura la vita da reclusi nei penitenziari dei possedimenti francesi d’oltreoceano. Lo sperimentò in prima persona il sassarese Francesco Spano, che vi giunse nell’estate del 1904 al termine di un acceso procedimento giudiziario, che, pur non essendo “l’affaire Dreyfus”, eccitò gli animi della stampa e dell’opinione pubblica d’oltralpe dell’epoca, dimostrando come una grazia presidenziale potesse trasformarsi nella più perfida delle condanne.
La Caienna e l’Isola del Diavolo
A poche miglia dalla costa atlantica, dinanzi alla Guayana francese, stanno tre piccole isole – Royale, Saint Joseph e Ile du Diable – chiamate collettivamente – Iles du Salut, le isole della salvezza. In Europa erano indicate più semplicemente come Caienna, città della quale sono espressione territoriale e nome, che nei secoli, sarebbe diventato sinonimo di carcere disumano da utilizzare per indicare quei bagni penali dove le condizioni dei detenuti erano decisamente brutali. Quanto volte abbiamo sentito parlare delle colonie di Castiadas o dell’Asinara come della “Caienna sarda”?
Si stima che nelle prigioni d’oltremare francesi, principalmente in quelle della Guayana e della Nuova Caledonia, siano stati deportati qualcosa come centotrentamila galeotti. Oltre che dalla madre patria vi scontarono le loro pene arabi, magrebini, africani subsahariani, indocinesi, antillani e tanti altri provenienti dalla sterminata galassia dei possedimenti e delle isole sparse nei tre oceani dove sventolava le drapeau français.
L’emigrazione sarda in Francia
Potrebbe venire da chiedersi: ma che ci faceva un sassarese prigioniero nella lontanissima Caienna? La domanda è lecita, ma per rispondere basta fare una breve considerazione. Agli inizi del Novecento la Francia ospitava circa due milioni di migranti italiani che al posto di prendere il transatlantico per le Americhe, avevano preferito cercare maggior fortuna non troppo lontano da casa, limitandosi a varcare le Alpi. A questi bisogna sommare quanti, in particolar modo calabresi, siciliani e sardi, andarono a lavorare nelle colonie francesi dell’Algeria e della Tunisia.
I lavoratori sardi compivano un viaggio alternativo, percorrendo la strada tunisina e algerina, collegata alla Francia attraverso un intenso traffico marittimo o quella ancora più breve che passava per la vicinissima Corsica, che consentivano alle maestranze isolane di sbarcare a Marsiglia e Tolone per poi raggiungere i diversi arrondissement dove la manodopera nei settori delle miniere, dell’agricoltura e dell’industria, era maggiormente richiesta.
Francesco Spano
Francesco Spano era uno di questi. Nato a Sassari, da Antonio e Vincenzina Bortolo, nel 1880, aveva lasciato le terre della Nurra ai primissimi del nuovo secolo e con la speranza di trovare un lavoro dignitoso e ben retribuito aveva raggiunto Courbevoie, una cittadina appena fuori Parigi. Il 10 luglio del 1903 venne assunto nelle officine Edeline specializzate nella lavorazione del caucciù. Per facilitarsi le cose si era spacciato per il fratello di un altro operaio italiano già assunto nella fabbrica, tale Cappellari ed era stato assegnato a una squadra di lavoro guidata da un capo operaio francese di nome Massié.

In principio, anche se la paga era di appena tre franchi al giorno, le cose andavano bene; in officina erano contenti del suo lavoro coscienzioso e grazie a un piccolo aumento, ogni settimana riusciva a mandare qualche soldo anche alla madre a Sassari. Improvvisamente il Massié cominciò a cambiare registro sia con piccole intemperanze durante il lavoro, sia nel dopo-lavoro, dove pretendeva quotidianamente che lo Spano gli pagasse da bere alla bettola. L’operaio sassarese si oppose decisamente a quello che ai suoi occhi non era altro che un sopruso, scatenando così la vendetta del capo operaio che con un pretesto riuscì nell’intento di farlo licenziare.
Lo Spano non la mandò giù. La mattina del 30 settembre, giorno successivo al fatto, intorno alle 7.30 si recò alla stessa bettola nei pressi dello stabilimento e attese che Massié passasse per recarsi a lavoro. Appena lo vide, uscì precipitosamente dall’osteria, lo raggiunse e lo colpì con due coltellate alla schiena che lo resero ben presto cadavere. Arrestato, venne rinchiuso al carcere de la Santè in attesa del processo che si sarebbe celebrato nel gennaio seguente alla Corte d’Assise della Senna.
Razzismo e pregiudizi
In quel periodo non tirava una bella aria per gli emigrati italiani e ogni fatto di sangue, vero o falso che fosse, scatenava l’ira di quelli che les ritals – dispregiativo usato per indicare gli stranieri dello stivale – non ce li volevano proprio. Nonostante l’eco del massacro di Aigues-Mortes, dove erano stati uccisi 17 operai italiani addetti alle saline, fosse ancora vivo, a Marsiglia e in altre città del mezzogiorno francese come Tolone e La Seyne, luoghi dove vi era da tempo una forte presenza di emigrati del nord Italia e della Sardegna (circa trecentomila) e ai quali si stavano gradualmente aggiungendo tanti altri del Meridione, cominciava a serpeggiare un movimento di associazioni locali e di politici in cerca di favore popolare che invocavano a gran voce leggi di tutela per gli operai francesi e seri provvedimenti contro quelli forestieri. La più attiva di queste organizzazioni era la “Ligue marsallaise et regionale pour la proctection de travail contre la concurrence etrangerè” che aveva come occupazione principale quella di affiggere e diffondere manifesti e opuscoli dove l’argomento più gettonato era il fatto che gli italiani fossero “I cinesi d’Europa, accoltellatori arrivati solamente per rubare e ammazzare” e che sarebbe stata ora che ogni funzionario francese che facilitava le naturalizzazioni di stranieri venisse revocato, e che venissero presi immediati provvedimenti agli sbarchi e alle frontiere contro il grande affluire di gente che non veniva in Francia che per razziare e rapinare.
Il processo
Le stesse idee razziste e gli stessi pregiudizi vennero fuori anche durante il processo Spano per bocca dello stesso procuratore generale, che non solo sottolineava con eloquenza che l’imputato fosse italiano, ma aveva l’ulteriore colpa di essere sardo e di conseguenza avvezzo alla vendetta più sanguinaria. Inoltre, per il procuratore, lo Spano era pure un anarchico e come tale doveva subire la medesima severissima pena che era stata inflitta all’anarchico italiano Sante Caserio che pochi anni prima, con la stessa modalità dello Spano, aveva assassinato il presidente della repubblica Carnot. Il giurì lo prese in parola e senza concedere alcuna attenuante, con 7 voti contro 5, condannò monsieur Francoise Spanò alla ghigliottina. A nulla servirono l’accorata difesa dell’avvocato e le giustificazioni dell’operaio sardo che negò risolutamente di essere un anarchico – “colpa” sulla quale puntava l’accusa dopo che la polizia aveva trovato in casa dell’imputato una copia di un giornale libertario – sostenendo di essere analfabeta e di aver agito con la sola intenzione di ferire il Massìè, che era stato causa della sua rovina. La sentenza scatenò l’ira del pubblico presente in aula, composto in gran parte da operai, e successivamente l’indignazione della stampa e dell’opinione pubblica. Ciò che scandalizzava maggiormente era che in un recente e ben più efferato delitto, nel quale un magnaccia francese aveva brutalmente assassinato una giovane donna, l’imputato era riuscito ad ottenere un giudizio molto meno duro. ‘Le Figarò‘ rincarò la dose tuonando contro la procura e scrivendo che “certe parole non erano ammissibili in un aula di tribunale e che i magistrati del pubblico ministero dovevano tenerle per se o per qualche convegno privato”. Il rigetto del ricorso in Cassazione fece aumentare ulteriormente lo sdegno e produsse una cattiva impressione anche in Italia, dove la stampa sottolineava che non era la prima volta che la giustizia francese si accanisse e fosse eccessivamente severa contro cittadini italiani.

Forse fu proprio questo polverone sollevato dall’affaire Spano a indurre il Presidente della repubblica Loubet a concedere la grazia a Francesco, commutando la condanna a morte in quella ai lavori forzati a vita da scontare nelle “Isole della Salvezza”. Il provvedimento placò solo in parte l’indignazione. Da diverse parti, soprattutto dalle colonne della stampa vicina alle classi operaie, veniva sottolineato che pur riconoscendo la grave colpa e condannando l’episodio, bisognava ulteriormente alleggerire la pena a uno sfruttato che si vendicava, tenendo conto della sua giovane età, della miseria e dell’eccitazione del momento.
A ben vedere, per Francesco Spano poco cambiava fra una condanna a morte istantanea sotto la lama della ghigliottina o un lento ergastolo da scontare in una terra lontanissima, spaccandosi la schiena come minatore, in condizioni di vita disumane ed esposto ad ogni sorta di malattia. E così accadde.
Fra i forzati della Guayana
Lo Spano venne imbarcato a bordo della nave Loire, con destinazione Guayana, il 19 luglio del 1904. Giunto in Guayana fu registrato col numero di matricola numero 33749 e scontò la sua pena “a travaux forced a perpetueitè” fino al 1935, quando la morte pose fine alla sua sofferenza. Magari aveva pensato di evadere, compito assai arduo nel quale riuscirono in pochi – fra questi Stefano Papalini, corso di Fozzano, che una volta evaso riuscì a raggiungere la Sardegna ma morì ucciso dai carabinieri – ma non ci provò mai realmente, come invece aveva fatto per ben due volte il conterraneo Antonio Contu di Vallermosa. I bagni penali della Caienna ospitarono diversi altri sardi e oriundi condannati in territorio francese dei quali ci sono pervenuti i nomi e scampoli delle loro storie: da Maurizio Sanna di Sassari a Raffaello Sanna di Ghilarza, da Giacomo Podda di Ulassai a Francesco Frongia di Serramanna, da Giovanni e Giuliano Salis di Tissi a Raffaele Zedde di Ortueri, da Francesco Soru di Gavoi a Giuseppe Pala di Cuglieri, da Sisinnio Zuddas di Sardara a Gesuino Berlinguer di Sorso e tanti altri ancora. Per tutti questi giovani, emigrati per cercare miglior fortuna in Francia o in Tunisia, il sogno si trasformò ben presto in incubo e né Francesco Spano e probabilmente nessun altro di loro, ebbe la fortuna di poter pronunciare la frase finale di Papillon: “Maledetti bastardi.. sono ancora vivo!” E di vivere il resto dei loro anni da uomini liberi.











