L’arte e la moda si inseguono da sempre in uno scambio di influenze e suggestioni.
Il tema è protagonista di “La sfilata come opera d’arte” libro, edito da Einaudi, che Claudio Calò, comunicatore di moda e docente dell’Istituto Marangoni di Firenze, ha appena dato alle stampe. Un libro affascinante che prende spunto da quello che per tante persone può apparire un argomento per addetti ai lavori e lo trasforma in una riflessione globale sul complesso rapporto tra moda e pubblico.
Non solo abiti, non solo griffe, ma la storia della corrispondenza d’amorosi sensi tra arte e moda dagli anni ’50 del Novecento fino ad oggi, all’era digitale che tutto espone e tutto divora. Nel tempo la commistione tra correnti artistiche e straordinari istrioni, basti citare Picasso e Dalì, si è evoluta fino a quasi sovrapporsi. Ma son gli stessi stilisti a volte, come Issey Miyake a rifiutare l’etichetta di artista, sostenendo di creare per le persone e non per i musei. Non sempre però le distinzioni sono così nette e i tanti rimandi a pittori, scultori e performer torna di continuo ad affacciarsi sulle principali passerelle del mondo.
Un sistema complesso, costoso, rischioso, quello della moda, che questo libro indaga con chiarezza e tanti esempi che restituiscono la fitta e intricata rete di professionalità che contribuiscono a rendere il fashion la seconda voce del PIL nazionale dopo l’industria automobilistica. Ne abbiamo parlato con l’autore in una chiacchierata intorno a sfilate, creatività e social.

L’aver reso le sfilate capolavori digitali ha favorito i grandi marchi e penalizzato i più piccoli?
Il digitale offre naturalmente un bacino d’utenza più ampio ma questo non è necessariamente un giudizio di valore. Non credo però ci sia una discriminante tra grandi marchi del lusso e brand più piccoli perché ciò che conta è soprattutto la creatività, al di là dei mezzi è l’idea che vince. Si sono viste cose di grande valore dagli uni e dagli altri ma anche trasposizioni senza grande sforzo creativo delle sfilate tradizionali semplicemente su un nuovo mezzo. La sfilata con le bamboline di carta contenute in una scatola realizzata da , per esempio, è frutto di un pensiero creativo pregevole e poco dispendioso. Lo stilista ha dichiarato che la sfida della pandemia lo ha provocato a trovare soluzioni nuove, senza la stampella della sfilata.
Il rapporto tra arte e moda è osmotico, un vero binomio a volte osteggiato dagli stessi addetti ai lavori e dagli stilisti. Nel tempo questo rapporto si è allentato o rinforzato. Oggi come va questa strana relazione?
Fare moda è una cosa, altra cosa è fare sfilate. In entrambe la componente artistica è molto forte. L’etichetta di artista poi è ambivalente, in tempi lontani c’era la voglia di “elevarsi” dal ruolo di sarti per ottenere qualcosa in più, parliamo degli avanguardisti di fine Ottocento, primi del Novecento. Oggi gli stilisti sono refrattari a questa definizione perché non vogliono sembrare presuntuosi. Nel mio libro cerco di raccontare questo rapporto di amore e odio tra moda e arte dall’esterno e che messaggio ne può trarre il lettore.
La moda risponde non solo a esigenze di mercato ma anche ad aspirazioni, esiste un segreto per stare al passo senza tradire la scintilla di creativa?
È l’annosa questione di Warhol e di Duchamp sull’arte che diventa oggetto di mercato. Ma anche l’arte sacra e quella tradizionale non sono scevre dalle logiche di commercio. Dalla metà del Novecento in poi è certamente cambiato il pensiero, lo sguardo consapevole, più ironico, più parodistico e citazionistico. È la perdita dell’innocenza nell’arte, e dunque anche nella moda. Sul fatto che poi oggi non si possa produrre arte perché è tutto mercificato, bè potevamo accorgercene un po’ prima.
La sfilata come un rito catartico, per lo stilista e per il pubblico a volte passivo spettatore a volte parte attiva. Ma la sfilata è anche affermazione dei ranghi del fashion system. Ci racconti meglio come funziona la gerarchia della sfilata?
Tradizionalmente è uno spettacolo per una platea di invitati divisi per file, una gerarchia del guardare. È veramente un rito da celebrare e più si è vicini alla passerella più si vede affermato il proprio ruolo di figura di spicco. È un grande laboratorio di esperimenti sociali, chi lavora dietro le quinte ha un bel da fare per accontentare chi vuole stare in vista per essere riconosciuto e gestire le varie personalità spesso in contrasto tra loro. La pandemia ha solo temporaneamente sospeso questo classificatore sociale.

Hai dedicato un bel capitolo alla spasmodica scelta della location per le sfilate, ormai sempre più complessa e dispendiosa. Resta un’esperienza insostituibile?
Il digitale non potrà mai sostituire la sfilata, è come una performance teatrale e va in scena una volta sola. La location è certamente una necessità ma anche un’arma a doppio taglio quando rischia di superare nel rapporto coi media la collezione stessa. A volte spazi magnifici sono stati allestiti per compensare creazioni magari non particolarmente significative. Si cerca spesso l’esclusività che garantisce molta attenzione ma in fin dei conti è sempre l’idea che vale e quando location e concept della collezione collimano allora si ha uno spettacolo vincente.
Avvento e fine degli influencer, la moda sta tornando in mano ai tecnici?
Difficile tornare indietro, certamente anni fa erano figure nuove e quindi trascinanti ma l’ibridazione col mondo social è un processo irreversibile. Ha tuttora assolutamente senso il giornalismo di moda quando l’apporto è critico e non meramente descrittivo, ci sono per fortuna ancora tante firme autorevoli.
Le opportunità del digitale hanno modificato il rapporto con i compratori. Non c’è il rischio che il digitale, così immediato e rapido, divori la magia della creazione?
Né più né meno del resto. Il digitale offre la possibilità di realizzare anche prodotti eccellenti, come il film di Margiela, che ha coinvolto tutto lo staff facendo emergere il grande lavoro d’equipe che sovrintende al risultato finale. Non credo dunque che il digitale tolga la magia perché si tratta di un qualcosa di virtuale che non concorre con l’esclusività e la maestria dell’artigianato, quelle sono appannaggio del prodotto reale.
La foto in anteprima è di Tommaso Gesuato










