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Camille Thurman, voce e sassofono per un seducente viaggio tra jazz e pop. La musicista americana a Sassari e Cagliari con il gruppo del batterista Darrell Green

Di Carlo Argiolas
15/05/2024
in Interviste, Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 4 minuti
Camille Thurman, voce e sassofono per un seducente viaggio tra jazz e pop. La musicista americana a Sassari e Cagliari con il gruppo del batterista Darrell Green

Non è un caso che al suo talento siano ricorsi grandi nomi del jazz e del soul: George Coleman, Roy Haynes, Jack DeJohnette, Wynton Marsalis, Nicholas Payton, Diana Krall, Eykah Badu, Alicia Keys, Lalah Hathaway e tanti altri. Camille Thurman, ottima cantante e straordinaria sassofonista, approda in Sardegna nel fine settimana per il Jazz Club Network organizzato in collaborazione col Cedac: sabato alle 20 al Vecchio Mulino di Sassari, domenica alle 21 al Teatro Massimo di Cagliari nella sala M2, appuntamento quest’ultimo, allestito anche con l’associazione culturale Il Jazzino. Al suo fianco, un gruppo affiatato, brillante e dalla solida tecnica, guidato dal batterista Darrell Green e di cui fanno parte Wallace Roney jr., tromba, David Bryant, pianoforte, Paul Beaudry, contrabbasso. Entrambi i concerti sono sold out da tempo. “Eseguiremo il repertorio del nostro nuovo album Confluence, un mix di brani originali e standard jazz e pop riarrangiati” precisa la musicista statunitense da New York, città dove è nata e vive.

La Grande Mela resta sempre il luogo più stimolante per il jazz? Il posto dove le cose accadono prima che in altri?

“La storia del jazz fa parte di questa città. Se qui riesci ad arrivare ai vertici, allora puoi farcela in ogni parte del mondo. Da tanto tempo il jazz viene suonato a ogni latitudine, ma non c’è altro luogo dove puoi incontrare le leggende del jazz, incontrare innovatori e maestri. Molti grandi musicisti vengono a New York per vedere se hanno il bagaglio che serve per suonare la propria musica. A mio parere è l’unico posto al mondo che esprime questo spirito d’urgenza”.

Ha iniziato come cantante: quando è arrivata al sassofono?

“Mia madre suonava il piano e cantava. Ha condiviso con me il suo dono musicale suonando in casa, cantando canzoni e portandomi ai concerti. Quando sono diventata un po’ più grande, ho iniziato a suonare il flauto a scuola e da lì ho capito che le diteggiature erano molto vicine a quelle del sassofono. Fu allora che cominciai a suonare il sassofono”.

Ha avuto modo di affiancare molte voci femminili, sia del jazz che del soul. Se dovesse stilare una classifica, tra le prime tre chi metterebbe?

“Non credo che il talento artistico debba essere classificato. Ogni persona ha una voce unica e dovrebbe essere rispettata per la sua identità”.

Oltre a Joe Henderson e Dexter Gordon, quali altri grandi maestri del tenore l’hanno influenzata?

“I primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di George Coleman e Antoine Roney”.

Quali sono stati i suoi idoli musicali al di fuori del sassofono e del canto?

“Buster Williams è uno dei miei eroi musicali. Un bassista leggendario che ha un suono diverso da chiunque altro. La sua musicalità, inventiva e il suo suono mi  ispirano. Inoltre è anche un compositore fenomenale. Compone come un narratore, portando l’ascoltatore in un viaggio musicale giustapponendo suoni, colori, forme e linee. Sono una grande fan dei compositori che dipingono e raccontano storie con il suono. Sono anche un’ammiratrice di Hubert Laws. È stato la mia più grande ispirazione quando ho iniziato a studiare il flauto. Il primo album in cui l’ho sentito è stato ‘In The Beginning’. Ho amato ogni traccia di quell’album e il suo virtuosismo, tono e abilità artistica”.

 Che ruolo ha l’improvvisazione nella struttura del jazz di oggi e nella sua musica?

“Il jazz è costruito sull’improvvisazione. Questa musica è nata attraverso l’esperienza dei neri americani. Vivere la quotidianità per noi, nel corso della storia, ha comportato l’improvvisazione, la volontà di lottare di fronte alle avversità, la volontà di continuare a vivere nonostante le difficoltà e la celebrazione del superamento di tali avversità. Questa musica è una testimonianza dei nostri antenati, significa onorare i loro sacrifici e celebrare la nostra esistenza oggi”.

Ha una laurea in scienze geologiche e ambientali. I cambiamenti climatici stanno stravolgendo il nostro pianeta e le nostre vite: come immagina il futuro?

“Immagino che, a meno che non realizzeremo davvero il nostro legame con questo luogo che è la nostra casa (prendendoci cura di esso, onorandolo e facendolo nel modo giusto), gli effetti delle nostre azioni avranno un impatto sul pianeta e sul suo futuro. Dobbiamo fare uno sforzo consapevole per trattare meglio il nostro pianeta. Sì, questa è casa nostra, ma siamo semplicemente visitatori di passaggio. Dobbiamo trattarlo con rispetto affinché anche le generazioni future possano goderne”.

Nelle università americane, europee, australiane, avanza un sentimento di ribellione. Studenti che urlano il proprio no alle guerre, al capitalismo, al consumismo. L’esito di tutto questo influenzerà profondamente gli anni a venire, il modo di pensare degli adulti di domani, il rapporto tra il potere e le masse. Qual è la sua opinione?

“I giovani sono impavidi e coraggiosi perché non hanno nulla da perdere ma tutto da guadagnare. Molti dei movimenti a cui abbiamo assistito nel corso della storia hanno coinvolto giovani che difendevano ciò che credevano fosse giusto per la società. Principi che spesso vengono dimenticati con l’avanzare dell’età. C’è un coraggioso altruismo che deriva dal loro spirito. Non hanno paura di dire la verità e di lottare per ciò in cui credono. Quando pensi ad esempio al blues e al be-bop, pensi anche che non erano solo generi e correnti musicali, ma delle forme di lotta per liberarsi dalle cose che limitano l’espressione con la speranza di dire la verità sulla vita attraverso le nostre stesse voci. I giovani posso insegnare molto”.

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