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Burnout, a Cagliari la mostra di Asteras e della Fondazione Bartoli Felter svela il volto invisibile del lavoro che consuma

Di Martina Taris
01/02/2025
in Arte, Comunicazione e società, Cultura
Tempo di lettura: 7 minuti
Burnout, a Cagliari la mostra di Asteras e della Fondazione Bartoli Felter svela il volto invisibile del lavoro che consuma

Foto di Nicko Straniero

Si è conclusa venerdì la mostra collettiva Burnout, organizzata dall’associazione Asteras e dalla Fondazione per l’arte Bartoli Felter e inserita nel programma della terza edizione di Cagliari Urbanfest-Generazioni Metropolitane. Un percorso visivo intenso e riflessivo che ha coinvolto il pubblico nella consapevolezza delle difficoltà e delle contraddizioni legate al mondo del lavoro, esplorando il confine tra sfruttamento e diritti negati, e mettendo in luce le devastanti conseguenze psico-fisiche di una società che spesso non riconosce il valore umano oltre la mera prestazione lavorativa. Allestita al Temporary Storing di via XXIX Novembre nel quartiere di Stampace e curata da Ivana Salis, presidente di Asteras, la collettiva ha visto la partecipazione di cinque artisti provenienti da esperienze e percorsi diversi: Amirah Suboh, Gianluigi Concas, Tonino Mattu, Michele Pau e Nicko Straniero. Ognuno di loro ha interpretato il concetto di burnout secondo una prospettiva unica ma complementare, dando vita a un racconto visivo che ha toccato corde intime e universali.

“Come ogni anno le mostre di arte visiva di Cagliari Urbanfest sono dedicate a tematiche che vertono sulla sostenibilità sociale, sfera ampia che racchiude riflessioni sui rapporti umani in relazione alle diverse sfide e obiettivi che la nostra società deve affrontare per mantenere equilibri che ormai sono sempre più fragili e costruirne di nuovi dove quelli esistenti siano crollati. – spiega Ivana Salis – Questa mostra collettiva ruota attorno al tema del burnout, una condizione che nasce dalla percezione che abbiamo di noi stessi, del valore che ci attribuiamo in base alla posizione sociale dataci dalla professione che ricopriamo. Il merito della persona corrisponde alla quantità dei suoi guadagni? O il valore della persona è l’insieme delle doti umane, etiche e morali? Conosciamo la risposta e per questo ci sono alcuni eventi che ci lasciano particolarmente increduli e rammaricati. Un episodio in particolare mi ha portato a scegliere come ambito di riflessione il significato del lavoro, dalla sua esaltazione alla sua negazione, passando per tutta quella trafila di diritti e riconoscimenti negati che ci catapulta in una dimensione personale e sociale distorta, in cui il malessere e lo stress cronico sfociano in patologie che possono incidere negativamente sull’andamento delle nostre vite. Quest’estate un bracciante tra i tanti invisibili che lavorano in Italia, l’indiano Satnam Singh, è stato abbandonato davanti alla sua abitazione dopo che gli è stato tranciato un braccio e gli sono stati schiacciati gli arti inferiori dai macchinari che usava per il lavoro. I suoi datori di lavoro e i suoi colleghi non gli hanno prestato soccorso, il braccio mozzato è stato abbandonato in una cassetta per la raccolta dei frutti e lui è stato trasportato morente, poi scaricato come un rifiuto davanti alla sua abitazione. Non aveva diritto al soccorso? Non era un uomo? Non aveva diritti, doveva solo eseguire gli ordini e non disturbare, secondo chi lo ha lasciato morire. Episodi come questo non possono e non devono lasciare indifferenti. Ecco perché il lavoro è diventato un tema di cui ci volevamo occupare, coinvolgendo le dinamiche sociali e psicologiche che sottendono alle scelte compiute da ognuno di noi, nella consapevolezza o estraneità che porta ciascuno ad agire o restare indifferente e subire”.

Singh è solamente una delle 1418 vittime del lavoro registrate nel 2024, secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale morti sul lavoro curato da Carlo Soricelli. Un dato drammatico che lascia un segno tangibile all’interno della mostra, con l’opera ‘1481’ di Nicko Straniero, rendendo visibile, con la forza dell’arte, il peso di una realtà spesso ignorata. L’opera si inserisce nella collettiva come un tassello di una narrazione complessa, in cui emozione, simbolismo e riflessione critica si intrecciano. Ogni artista interpreta il tema del burnout attraverso diverse chiavi di lettura, contribuendo a un racconto corale che esplora la difficoltà di conciliare la realizzazione individuale con le pressioni e le contraddizioni del contesto sociale.

Le opere del nuorese Tonino Mattu si fanno portavoce di una riflessione sulla libertà di espressione negata, rappresentando simbolicamente tutti gli artisti che lottano per il riconoscimento del proprio ruolo nella costruzione di una coscienza critica collettiva. Con una serie di tre dipinti ad olio su lino, realizzati nel 2021, Mattu dà voce ad alcuni artisti censurati, tra cui la poetessa russa Anna Akhmatova, perseguitata dal regime sovietico, e il pittore costruttivista Wladyslaw Strzeminski, osteggiato per il suo linguaggio aniconico. Inoltre, l’ esplora l’iconografia del Novecento con uno sguardo critico e spesso sarcastico, utilizzando figure retoriche come la metonimia e la metafora, come dimostra la sua opera ‘Bandiera (mattarello)’ del 2024.

Ritratto di Anna Achmatova

L’oristanese Nicko Straniero si muove nell’ambito dell’arte concettuale, trasformando i tessuti in pattern dal forte valore simbolico e semantico. Nell’opera ‘Pater’ (2019), utilizza il ferro da stiro, emblema del lavoro domestico femminile, per imprimere la parola “pater”, evocando una riflessione critica sui ruoli di genere imposti dal patriarcato. Nel 2024, con ‘Now I see You’, realizza una composizione di tecnica mista con indumenti ad alta visibilità che innescano il cortocircuito visibile-invisibile e l’opera con nastro catarifrangente che assume la forma di una tenda, installazione che costituisce un diaframma tra lo spazio della contemplazione e quello dell’azione. Straniero affronta il tema lavorando su materiali e concetti legati all’invisibilità sociale, dalle donne relegate al lavoro domestico ai lavoratori marginalizzati, il cui valore viene spesso riconosciuto solo attraverso l’uniforme che indossano.

Michele Pau, originario di Oristano, attraverso il suo lavoro pittorico, esplora l’introspezione del soggetto figurato, ritraendo personaggi pervasi da un senso di inquietudine generato dall’incomprensione della propria identità in relazione al ruolo sociale che si è deputati a ricoprire. I suoi dipinti a olio ci portano in una dimensione estraniante, dove la personalità si sdoppia e si confronta con il dilemma esistenziale per eccellenza: essere o non essere? Una delle sue opere, ‘Il buco’ (2024), scelta come immagine simbolo del manifesto della mostra, raffigura un torso con camicia e cravatta, ma senza testa, una potente icona della crisi identitaria contemporanea, in cui il malessere interiore porta alla perdita della coscienza di sé e al senso di smarrimento.

Il buco


Amirah Suboh, artista cagliaritana di origine sardo-palestinese, propone un’installazione inedita composta da dieci ritratti dipinti ad acrilico con inserti di collage, ispirati alla contraddittoria storia del proibizionismo americano degli anni Trenta. I volti raffigurati sono quelli di prostitute, figure attraverso cui l’artista esplora la costruzione culturale della femminilità, impregnata di stereotipi e dinamiche di controllo maschile. L’opera denuncia la difficoltà di liberarsi dai giudizi imposti dalle sovrastrutture sociali, invitando lo spettatore a guardare oltre i preconcetti e a riconoscere la libertà di espressione di ogni donna. Unica donna del gruppo, interpreta il tema in chiave femminile, essendo un’artista che dedica la sua ricerca a tematiche sociali, politiche e di genere.


Infine, l’oristanese Gianluigi Concas propone un percorso artistico incentrato sulla poetica del silenzio, attraverso quattro acquerelli e un’opera ad olio realizzate tra il 2019 e il 2024. Le sue nature morte diventano luoghi di assenza, ambienti sospesi tra il passato e una possibile rinascita. Oggetti abbandonati, lontani dall’affaccendamento umano, attendono di ritrovare uno scopo, evocando un senso di nostalgia e attesa. L’artista dà una chiave psicologica rappresentando nell’oggetto abbandonato la fine dell’azione produttiva ed estraniante che in questi ultimi decenni ha rappresentato una delle cause per cui le persone cadono nella sindrome da burnout.


La collettiva ‘Burnout’ lascia così un segno profondo, configurandosi come esperienza artistica che non si limita alla contemplazione, ma invita alla riflessione e alla presa di coscienza: il valore di una persona non si misura dal suo rendimento, ma dalla sua umanità.

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