È conosciuto dal pubblico del piccolo schermo per il Pojana, il personaggio del leghista veneto che odia tutti proposto nella trasmissione di La7 Propaganda Live. Andrea Pennacchi, “teatrista” dal 1993, oltreché attore per il cinema e per fortunate serie tv (ha vinto il nastro d’Argento come migliore attore non protagonista per la serie di Netflix “Tutto chiede salvezza”) è uno dei prestigiosi ospiti della ventiquattresima edizione del Festival dei Tacchi dei Cada Die Teatro, in programma tra Jerzu e Ulassai dal 4 al 9 agosto.
Qui, l’attore e scrittore padovano, parlerà di una delle sue più grandi passioni teatrali: quella per Shakespeare. Insieme all’inseparabile musicista Giorgio Gobbo, l’8 agosto a Jerzu presenterà in forma di spettacolo il suo ultimo libro Shakespeare and me – Come il Bardo mi ha cambiato la vita (People editore) perché, come dice l’autore “Dio è morto, Marx pure… ma Shakespeare sta benissimo”.
Nemesis Magazine ne ha parlato con lui.
Com’è nata l’idea dello spettacolo e perché Shakaspeare le ha cambiato la vita?
Non vengo da una tradizione intellettuale, vengo da una famiglia operaia, con una passione per la cultura sicuramente. La scoperta quasi per caso delle trame delle opere teatrali di Shakespeare, prima ancora di scoprire il teatro come attività è stata un’illuminazione. Ci sono dentro Shakespeare, come dentro altri classici come Omero, tante storie possibili che sono “una palestra di vita”. Storie che dimostrano come vivere meglio, come affrontare le difficoltà.
Quando e con quale dramma shakespiriano ha debuttato? E quali sono i personaggi che più ha fatto suoi?

Con un’opera un po’ particolare, la cui attribuzione a Shaskespeare è ancora in discussione, che è l’Arden of Feversham. Ne ho interpretato vari, ma il mio dramma preferito è l’Enrico IV e il personaggio preferito in assoluto è Falstaff, perché incarna un maestro che insegna la vita non neutro, come in genere viene rappresentato nei film edulcorati. È un maestro che ti mette davanti a una serie di pericoli. Crescere e diventare adulti è faccenda pericolosa. Falstaff ti dice questo, ma lo fa divertendoti.
Un anno fa all’indomani del bombardamento del teatro di Mariupol ha detto che i teatri proteggono l’anima, mantengono il contatto con l’umanità. Se Dio e Marx sono morti, il teatro come sta?
Il teatro sta benissimo. È questa la cosa divertente. Le ideologie sono se non morte vacillanti. L’aspetto interessante, soprattutto dopo il lockdown, ci si è accorti quanto sia bello stare insieme in uno spazio ad ascoltare storie e sentirsi una parte non passiva dello spettacolo, ciò che succede solo a teatro, generando un rituale: la famosa catarsi. Ce ne eravamo un po’ dimenticati e dopo un grande pericolo, ce ne siamo ricordati.
A teatro è impegnato nell’allestimento dell’Arlecchino con la regia di Marco Baliani. Ci darebbe una prima suggestione sul vostro Arlecchino?
L’idea con Marco è quella di misurarsi con la tradizione, rompendo le strutture dell’attesa, non del testo. C’è ormai un’attesa quando si va a vedere l’Arlecchino che noi vogliamo rompere. Vogliamo costruire un Arlecchino che piaccia e abbia senso adesso. Anche per questo l’abbiamo intitolato Arlecchino? Col punto di domanda. Ci chiediamo, ha ancora senso farlo oggi? Per noi si, ovviamente. È giusto, però, presentare la domanda anche al pubblico.
I prossimi progetti al cinema dopo il prestigioso Nastro d’argento. E in tv?
A settembre dovremmo partire con un film per la televisione, con un film per il cinema a novembre. C’è parecchio che bolle in pentola.
Nell’immagine in evidenza Andrea Pennacchi










