Dopo il buon successo ottenuto in patria, è stato appena pubblicato sulla collana Stile Libero di Einaudi, nella traduzione di Laura Bortot, “Ancora venticinque estati” del giornalista tedesco Stephan Schäfer.
Questo breve romanzo di agile lettura affronta il tema dell’alienazione e della progressiva perdita di identità dell’individuo, più che mai attuale in un’epoca nella quale conquiste come libertà e benessere sono date per scontate e ogni agio appare a portata di mano, a patto di essere disposti a sacrificare tempo, relazioni, affetti, passioni e creatività, in ultima analisi tutto ciò che ci rende umani, sull’altare del lavoro e dell’affermazione sociale.
Il protagonista senza nome, e voce narrante della storia, è un’ex promessa del tennis ora manager di successo. È agosto e ha lasciato la città, dove vive con la moglie e i figli, con l’intenzione di trascorrere il fine settimana in solitudine. Durante una passeggiata mattutina nei pressi della casa di famiglia in campagna, conoscerà Karl, un uomo di mezza età, affabile ed eccentrico, che trent’anni prima aveva abbandonato un monotono lavoro d’ufficio per acquistare una piccola fattoria e dedicarsi alla coltivazione delle patate. Nascerà subito un’amicizia e per il protagonista, quei due giorni passati in compagnia di Karl, lontano dal telefono, dal computer e dalle abituali incombenze di una quotidianità ormai divenuta opprimente, saranno l’occasione per ripensare da una differente prospettiva alla parabola ancora in divenire della propria vita e, più in generale, al senso stesso dell’esistenza umana.
Con l’instaurarsi tra i due di questa imprevista e improvvisa intimità, per quel breve tempo sospeso e condiviso, l’uomo sarà chiamato ad allentare il vincolo di osservanza ai dogmi che ne hanno fin qui determinato le priorità: prudenza, solerzia, senso del dovere. “Tracciare confini, consolidare il proprio spazio, vigilanza e attenzione, soprattutto quando si tratta di sentimenti e di ferite. Le redini ben salde, le carte da giocare tenute molto vicine al corpo”.

Ma è possibile venir meno a tutto ciò senza sentirsi persi? In modo che, avvicinandosi alla fine cui tutti tendiamo, non ci si debba chiedere: “Perché non ho vissuto di più la mia vita, perché era così importante rispondere alle aspettative degli altri? […] Ma anche: Perché non mi sono concesso o concessa con una certa frequenza di fare semplicemente quello che mi faceva stare bene? E perché ho smesso di osare nella vita? Che cosa sarebbe potuto accadere?”
Come si evince dai virgolettati, la forza del romanzo non risiede nella qualità della prosa, e a tratti l’impressione è che si indugi con calcolo in ingenue e consolatorie semplificazioni. Resta tuttavia la rilevanza dell’argomento trattato, specie in un presente nel quale la pervasività della tecnologia e l’ebrezza da interconnessione perenne ci conforma e crea distanze e barriere prima d’ora sconosciute.
E se la risposta al quesito su cui è chiamato a interrogarsi il protagonista pare trovarsi nello stile di vita frugale e naïf di Karl e di sua moglie Johanna, forse non è necessario giungere a una scelta tanto radicale, perché gli stessi valori che hanno determinato quella scelta possono essere messi in partica ovunque, per far sì che in ognuno di noi sia preservata la naturale curiosità e apertura verso il prossimo, l’attitudine all’accoglienza e alla condivisione, la capacità di dare il giusto valore agli eventi e al tempo, così da poter vivere nel presente e non essere prigionieri delle proprie ansie per un futuro che comunque non sarà mai come lo immaginiamo.










