La valvola di sfogo, direte voi.
E credo che abbiate ragione.
Mai come in questo periodo della storia umana si avverte il bisogno di avere spazi e momenti per scaricare la tensione e lo stress che accumuliamo nelle nostre attività quotidiane.
Sembra che noi si lavori di più rispetto ai nostri nonni. No, forse lavoriamo addirittura per meno ore al giorno. Ma loro non erano così stressati, non avevano la sensazione di essere così tanto sotto pressione. Almeno, dalle nostre parti va così, mentre ci sono oramai nazioni in cui si pratica la settimana corta e in Finlandia stanno pensando di accorciarla ancora, di lavorare per 4 giorni. In altri paesi, oltre a lavorare di meno, si è data la possibilità, laddove concesso dal tipo di mansione, di farlo negli orari che risultino più comodi, purché si porti a casa il risultato. Noi no. Dico, qui in Italia.
Ma cosa ci rende così appesantiti? La complessità. Non proprio. La complessità è frutto di attenzione ai dettagli. Io credo che si tratti della oramai radicata capacità disadattiva di rendere complicato e confuso ciò che è complesso ma tutto sommato lineare, user-friendly, fluido. Noi inciampiamo in una finta dematerializzazione delle procedure burocratiche, in server che crashano nei momenti meno opportuni, nella lentezza di risposta alle nostre domande e quelle stesse risposte spesso sono poco chiare, talvolta indefinite, perfino.
Viviamo con la paura di non farcela, non riuscire a pagare il mutuo trentennale. Assurdo. Il mutuo dei nostri genitori se arrivava a quindici anni era già uno scandalo. Davanti a 30 lunghi anni di debito, consistente per giunta, chi si sentirebbe sereno? Se a questo aggiungiamo tutti quei contratti di lavoro a tempo indeterminato che… ops! Non lo sono più. Perché l’azienda non ha più bisogno di quell’asset, perché è interesse che i capitali siano convogliati in altri investimenti e così, con una email, dalla sera alla mattina del giorno dopo, ci si ritrova disoccupati. Non importa. Mi ricolloco, ho esperienza. Beh, in Italia della tua esperienza importa poco. Anzi, se hai superato i 50 anni, sebbene super blasonato dal punto di vista professionale, resti a terra, molto probabilmente.
Vi sta assalendo uno strano senso di angoscia? Se ciò non fosse già accaduto, parliamo della difficoltà ad accedere alle cure primarie, a esami diagnostici o a interventi preventivi, o magari curativi, prima che la malattia cammini a tal punto da non poter più fare nulla. Liste d’attesa lunghissime, ma se procedi intramoenia il posto è libero già domattina alle 11:45 e mi raccomando… il campione delle urine.
Noi viviamo in una società sempre più spietata.
I nostri nonni andavano dal medico condotto che gli auscultava il cuore e i polmoni, così come buona prassi, e prendeva la pressione arteriosa, ascoltava davvero e veniva a casa per la visita domiciliare perché se hai la febbre alta è giusto così. Ora ci sentiamo dire dal medico di famiglia che tu, con la febbre alta, devi andare da lui per la visita. Il medico dal quale devi prenotare per avere una impegnativa. Solo se sei fortunato te la manda via email o su whatsapp anche se non ti ha nemmeno guardato in faccia.
Viviamo nel terrore di star sbagliando qualche procedura che ci costerà una multa salata, e nel tempo dei manager premiati per aver fatto fallire un’azienda e oltre a ciò liquidati con buonuscite con le quali ci si farebbe vivere due generazioni.
È la società, in senso più esteso di quella italiana, dell’amore liquido. Non mi vai più, ti ghosto, ti blocco, sparisco. E l’altro resta attonito, a chiedersi “cosa ho sbagliato?”. Nulla amico, credi a me, ormai va così, fattene una ragione.
In tutto questo ci sono un numero enorme di persone oneste, etiche, volenterose, che stanno sviluppando disturbi nervosi che i nostri nonni non saprebbero nemmeno nominare. Loro avevano mal di schiena, artrite, le presbiopia alla giusta età e qualche dente cariato. Nonna ancora piangeva il fratello disperso in Eritrea e zia, che voleva tanto fare la postina, ha dovuto accontentarsi di studiare canto al conservatorio.
Poi si tornava a casa, la sera, si preparava la cena, un buon piatto di minestra calda e tutto andava bene. Oggi vedo ragazzini nemmeno maggiorenni fare aperitivo così spesso che sta pure diventando una noia.
Siamo rimasti intrappolati in desideri di cui, se vai a ben vedere, non te ne importa granché. Ma tutta l’esposizione delle vite altrui, sbattute in faccia dalle vetrine personalizzate degli account social, certo che un po’ ti fanno chiedere: ma io allora sono un pirla? Io mica li preparo tutti quei piatti, e non li bevo tutti quei vini e non faccio nemmeno tutti quei week end. Per non parlare dei ritocchi estetici, delle sessioni col personal trainer. Cioè forse il PT non ce l’aveva nemmeno Mennea, campione assoluto che si faceva bastare le scarpe da corsa per mesi.
Insomma, non è che l’abbondanza non vada bene, ma è il falso desiderio alimentato dall’effluvio di stimoli che ci raggiungono a determinare una sensazione di angoscia e a mettere sotto pressione la nostra psiche. Nessuno ne è esente, chi più, chi meno.
Perché se senti tanto spesso un buon profumino, o se vedi frequentemente delle belle pietanze passarti davanti, beh l’appetito si fa sentire, ma magari non hai fame per davvero. Però mangi. E facendo così, lentamente riempi, riempi, riempi. E poi arrivi quasi a esplodere.
Avevamo iniziato con la valvola?
Sì e ci torniamo proprio ora.
La valvola che ci consente di far uscire tutta la pressone è un sistema di contatto. Raffinato, meravigliosamente perfetto e poco utilizzato: il contatto con se stessi. Sentire davvero cosa ci serve. Cosa ci serve per stare bene. Davvero.
È in quello spazio intimo che la furia esteriore si placa. Quella furia non ha accesso a quello spazio sacro. È nell’intimo del tuo respiro, della tua reale necessità che trovi le tue migliori risorse, ci sei tu e la calma.
Fermati, respira, guarda dentro. La vita non è e non può essere solo orizzontalità, andare verso tutto ciò che è fuori. La vita è anche verticalità, andare dentro, nel profondo. È una verticale che ti tiene dritto. È una verticale che incrociando l’orizzontale trova il punto centrale in cui possono passare infinite possibilità, ma tu concedi il passaggio solo a ciò che per te è buono e reale.
(Foto di Igal Ness)










