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Alfabeto interno. P come Paura, paura di non essere visti

Di Valeria Martini
30/12/2022
in alfabeto interno, Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti
Alfabeto interno. P come Paura, paura di non essere visti

Alfabeto Interno chiude il 2022 con una riflessione dedicata a una delle paure più esposte, soprattutto visibile nei social media, che è quella di non essere visti.

Cosa succede se non siamo visti?

Per ciò che concerne gli aspetti psichici, i danni sono gravissimi perché la persona non vista è una persona che non è stata considerata né nei suoi bisogni né nelle sue qualità. L’assenza di considerazione, lo sguardo mancato da parte delle figure genitoriali o dei cosiddetti care giver, può far sprofondare nell’abisso dell’indistinto e contribuire a una consistente disorganizzazione del pensiero. Essere stati meno della tappezzeria in una stanza, e fusi con il contesto, porta a una ineluttabile con-fusione, indistinzione tra un sé proprio e quello del prossimo. È, dunque, follia certa. E se non si sprofonda nella psicosi, il rischio di sviluppare gravi disturbi della personalità è elevato, uno tra tutti il disturbo narcisistico, tanto caro ai tempi che viviamo.

Tuttavia tralasciando situazioni-limite come quella appena accennata, esiste un minore livello di gravità che sta comunque nel terrore di non avere un ruolo di spicco, nel non avere un proprio palcoscenico, nel non potersi mostrare, ed è una paura della post-modernità a causa della quale ogni cosa viene messa in pubblica piazza, sia mai che desti una reazione purchessìa.

Ma la paura, che ha una funzione adattiva sia dal punto di vista filogenetico che ontogenetico, ci avvisa sempre di qualcosa cui dobbiamo prestare attenzione. Non è un’emozione stupida o inutile, bensì è la regina delle emozioni e ci invita a fermarci un attimo e osservare cosa potrebbe potenzialmente schiacciarci, bruciarci, trafiggere tutto noi stessi.

La paura del non essere visti è regolata dal pudore, quella sensazione che ti avvisa che stai per fare qualcosa di cui potresti vergognarti.

Ed è necessario provare pudore perché questo distingue chi sa osare da chi è semplicemente spudorato e senza un confine proprio. E senza confini si rischia di fondersi in una indistinzione. È quanto sta succedendo nei social media, per lo più, laddove persone del tutto comuni, magari con degli hobby carini, ma anche persone con pretese senza centro di controllo interno, ci sbattono in faccia ogni scarabocchio, ricetta, balletto, canzoncina, prestazione sportiva. Questo minestrone di aspiranti al successo facile, si trovano nel grande calderone nel quale anche chi dell’arte, dello sport e altre cose davvero praticate e studiate con talento e cura, ne ha fatto la propria vita.

Il problema non è condividere, che peraltro è possibile farlo nel privato, magari con una telefonata a un amico per dirgli: sai, sto facendo dei disegnini con il carbone che mi è avanzato l’altra sera quando ho acceso il camino. Il problema è cosa spinge a tutta questa condivisione social, al mettere tutto in piazza. Ed è la paura di non essere visti, la paura che forse non hai dato spazio e libero sfogo al talento che non hai mai curato e nutrito. Un terrore simile ci sta subissando di paccottiglia, come succede oramai da anni con tutti quei negozi 0.99 cent in cui possiamo comprare un sacco di cose inutili e di scarso valore.

La paura di non essere visti ci dice che possiamo fare qualcosa per noi e anche che l’ultima da fare è quella di rendersi così ridicoli agli occhi degli altri. La paura di non essere visti ci suggerisce di iniziare a dare a noi stessi lo sguardo che mai abbiamo ricevuto o di cui avevamo bisogno. Questo passaggio è molto difficile perché se ci è mancato l’insegnamento dell’amore, non sappiamo proprio da dove iniziare. Come dice Umberto Galimberti, e con lui una nutrita compagine di studiosi, i sentimenti si imparano e se nessuno ci ha mostrato come fare, anche sbagliando, il senso di disorientamento è enorme. Allora iniziamo a cercare fuori di noi, andiamo a mendicare un consenso, un like, un cuore o un abbraccio. Facendo così, però, non è detto che stiamo imparando ad amarci, certamente stiamo imparando ad esporci davanti a chiunque senza considerare che questo potrebbe lacerarci. Il fatto che dodici milioni di italiani assumano antidepressivi, quindi circa una persona su cinque, e trenta milioni facciano uso di ansiolitici, quindi una persona su due, la dice lunga sullo spavento con cui ci muoviamo nel mondo.

Potrebbe darsi che basti fermarsi, fare silenzio, raccogliersi un po’ e ascoltare la voce della paura che, oltre a darci una sensazione dolorosa, reca con sé anche il dono del percorso, segnali indicatori compresi, verso una verità di se stessi.

Tu sei quella persona con cui starai per tutta la vita. Vuoi davvero vivere con un estraneo?

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