L’articolo contiene spoiler ma credeteci, questo non cambierà la vostra eventuale visione della serie.
Si chiama hate watching quel fenomeno che ci spinge a guardare film o serie tv pur sapendo che ci deluderanno, non ci piaceranno e le criticheremo. Caso esemplare del momento è la terza serie di ‘Emily in Paris’, appena arrivata sulla piattaforma Netflix, tra le più viste e tra le più detestate.
In pochissimi sono all’oscuro della trama facile che anima la storia: Emily Cooper è un’americana esperta in social media che da Chicago si trasferisce a Parigi per conto dell’agenzia di marketing per cui lavora. Prende servizio nella sede della società in Francia e qui inizia un turbinio di luoghi comuni e di terribili nefandezze che investono persone, cose e luoghi.
Se nella prima serie c’era soprattutto, una volta constatata l’inconsistenza della trama, il piacere di vedere ampi scorci di Parigi al massimo del suo splendore, nella seconda la sceneggiatura si è guadagnata perfino il biasimo pubblico del Ministro della Cultura ucraino Oleksandr Tkachenko per come un personaggio della serie, originario dell’Ucraina, veniva dipinto. La critica non era pretestuosa: la compagna del corso di francese di Emily infatti ruba nei negozi con grande disinvoltura e trattandosi di una serie che ha fatto degli stereotipi nazionali i suoi punti cardine il ministro aveva ben ragione a dare di matto. Proseguendo con i luoghi comuni, gli americani amano il cibo spazzatura e non fanno che lavorare mentre gli europei chiacchierano a pranzo e nei caffè per chiudere i loro contratti d’affari, il cuoco francese è un seduttore, l’amica esperta d’arte vive in un castello in cui guarda caso si produce champagne, la boss dell’ufficio parigino è snob e quando lei le dice “ho problemi esistenziali” si sente rispondere sprezzantemente “tipico degli americani”, il fidanzato inglese ama il football. Insomma, manca un bell’italiano con pizza e mandolino e poi l’elenco è completo.
Le banalità si affiancano ad altrettante inspiegabili assurdità. Un esempio è Mindy, ricca ereditiera cinese ripudiata dalla famiglia perché ha osato cantare in un talent show che pur esibendosi in strada sfoggia abiti di alta moda, volgarissimi peraltro, che costano quanto un appartamento di lusso. Talmente sopra le righe che si presenta al pranzo di fidanzamento di una coppia di amici accompagnata dal boy friend magnate industriale in ritardissimo su un elicottero che devasta la tavola imbandita e senza neanche scusarsi per i danni e il ritardo, e senza salutare i padroni di casa, dice solo “Dove ci sediamo?”. Il trash elevato a sublime.
Ma torniamo alla protagonista e alle sue tante gaffes. Il francese dovrebbe studiarlo al corso, vive a Parigi da circa un anno ma confonde ancora parole come champagne e champignon. Incroyable. A parte questo anche lei, pur assunta col salario minimo, vive in una casa che metà dei parigini non possono permettersi e sfoggia haute couture esagerata e di dubbio gusto, inserendo se stessa in un carosello di personaggi meno inconsistenti di lei ma comunque caricaturali al limite dell’offensivo.

Le vengono affidati incarichi da marchi di fama mondiale e le sue proposte, definite geniali, sono il minimo sindacale che si richiederebbe a un brainstorming in età pre puberale. Perennemente incollata al cellulare in qualsiasi situazione (qualsiasi, anche tra le lenzuola in compagnia di vari giovanotti), posta contenuti che definire banali sarebbe un regalo ottenendo così tanti follower da finire addirittura sulla copertina di Le Monde come una tra le “dieci personalità influenti che stanno cambiando il volto di Parigi”. Non sappiamo se a Parigi ci sia una pro loco molto permissiva o se Darren Star, il produttore della serie (e di altre prodezze come Beverly Hills 90210 e, meno male anche di cose buone come Sex and the city) avesse in mente una Parigi targata su standard americani, quindi una sorta di ricostruzione disneyana modello parco giochi.
Perché questo sembra la città raccontata in Emily in Paris, una giostra dove nulla di male accade, dove ottieni un invito agli European Awards della musica senza agenti e case discografiche, banalmente inviando a non si sa chi un cd con la tua canzone, dove lo champagne esce praticamente dal rubinetto di casa e dove le relazioni sociali sono basate su dialoghi a dir poco inesistenti per lasciare spazio a sbuffi e mossette più adatte ai cantastorie per bambini. Tutto è bello, lindo, luccicante, tutto è moda e lusso per le strade e nulla è fuori posto.
Ciò nonostante lo si guarda, rapiti dall’orrore, come quando davanti a un burrone uno pensa “e se cado?” Però rimane lì a fissare il vuoto chiedendosi cosa succederebbe. Hate watching.










