Termine che prendiamo a prestito dalla lingua inglese, ha un interessante percorso per giungere fino a noi ed è da un po’ in lista per diventare desueto.
Hobby è una parola che oggi si usa pochissimo. Significa passatempo ed indica qualcosa che non è possibile far rientrare tra le attività produttive della nostra vita, anche se essendo un’attività ci porta comunque a creare qualcosa.
Ma prima di perdere il suo significato originario, attraversa il sentiero della condivisione social dove un “semplice” hobby con cui allietiamo le nostre ore libere dal lavoro, appare come chissà quale opera d’arte.
È sufficiente fare uno scarabocchio, imbrattare una tela, costruire un veliero con gli stuzzicadenti, strimpellare uno strumento, cantare assieme a Jacob Collier con il suo video in sottofondo per fare di queste persone degli artisti o dei raffinati artigiani?
Perché la patina che si riesce a dare alla propria mediocrità, infiocchettata e presentata sui canali social, non sta facendo bene proprio a chi, già a gran fatica, è artista di professione. E nei giorni di cordoglio per la morte di Carla Fracci, somma danzatrice classica, la differenza tra essere o sembrare di essere si fa ancora più lampante. E sta tutto nella sottile linea di demarcazione tra una reale disciplina attorno a ciò che ci appassiona e il farlo quando ci viene bene. Spesso chi è impegnato nell’essere ciò che è non ha poi così tanto tempo per ore di posa da selfie o per immortalare il disegnino che ha fatto tra un pisolino e l’altro e convulsamente condividerlo qua e là.
Ma il problema è anche un altro. Se il tuo lavoro è gradevole, lo svolgi con orari e tempi tuoi, risponde alle tue passioni, doti e talenti, allora non può essere un lavoro. Magari è un passatempo carino e costruttivo, ma un lavoro proprio no.
Con la rivoluzione industriale, che ha ampliato i settori lavorativi, espandendosi oltre le campagne, con le attività in fabbrica, consentendo a tante persone di lasciare la tradizione di famiglia e di osare fare un lavoro diverso da quello del proprio padre, comincia a distinguersi il tempo del lavoro da quello dello svago secondo il criterio che il lavoro non necessariamente deve piacere, basta che ci faccia portare il pane a casa.
Allora nasce la necessità di trovare una valvola di sfogo alla frustrazione di un lavoro pesante, che abbruttisce, che in certi casi devasta. Ecco l’hobby che con questo nome saltellante giunge ad ammorbidire la fatica, la stanchezza, ci apre la finestra e fa entrare aria fresca. Ma gli artisti non sono degli sfaticati che passano il tempo con un passatempo e hanno solo avuto il classico colpo di fortuna grazie al quale in qualche modo ci vivono da quell’hobby.
Arte significa studio, disciplina, pratica, investimento in materiali, introspezione, creazione, flusso, approfondimento, confronto, tempo, centinaia di ore per prepararsi. E no, non è esattamente un passatempo, non è nemmeno quella cosa carina ed estemporanea che vediamo condivisa e che ci sembra arte.
Allora riprendiamoci gli hobby, lasciamoli essere hobby, che possano rendere gentile la nostra vita, accettiamo di avere un hobby e lasciamo in pace chi il lavoro di artista lo fa seriamente, come si fa seriamente il medico, il notaio, il commercialista, il panettiere, il macellaio, l’insegnante e tutte quelle professioni che spesso non ci hanno scelto, che non abbiamo scelto, che ci sono capitate o sulle quali abbiamo ripiegato.
Perché non torniamo a chiamare le cose con il loro nome? Perché abbiamo sbagliato. Non abbiamo avuto il coraggio di scegliere secondo le nostre passioni. Abbiamo scelto per convenienza, una laurea piuttosto che un’altra perché ci sono più sbocchi lavorativi, oppure perché ci consentiva un quasi indolore passaggio di consegne da padre a figlio (farmacista, notaio, dentista, commercialista…). Ed anche se i guadagni sembrano compensare il dolore di aver voltato le spalle al nostro vero essere, al reale motivo dell’essere qui, la verità è che stiamo accumulando frustrazione.
Ma ecco che il mio hobby può diventare un lavoro, può trovare riconoscimento, può farmi sembrare ciò che avrei voluto essere. Non funziona così, è doloroso ammetterlo.
Ma sai cosa puoi fare? Essere onesto con te stesso. Il valore è tutto lì.
Continua a comporre quadri con i francobolli, a studiare la chitarra, a scrivere un testo teatrale, ma ricorda che arte significa aver dedicato tutto il tempo che tu hai dedicato agli studi e alle attività che ora sono il tuo lavoro.
Accettare questo fatto farà tornare in auge gli hobby, farà capire a un dilettante che ha una dignità e che un professionista sta soffrendo per il duro lavoro, come faceva Carla Fracci, quando fasciava le parti del suo corpo doloranti per ingentilire il dolore mentre studiava, si allenava, danzava con il garbo e la presenza di chi ha tutta la consapevolezza del suo fare. Sul palcoscenico anche fino a che la gravidanza del suo unico figlio glielo concesse, e di nuovo quasi subito dopo la nascita. È così che si attraversa il palco della vita, con dignità e presenza.
(Foto di Nihal Demirci)









