Nulla, proprio nulla ci può aiutare nel districare il più grande nodo filosofico di tutti i tempi, a meno di non tagliare di netto, come se la questione potesse essere trattata in risoluzione alessandrina col nodo gordiano.
Eppure forse non sarebbe male tentare con estrema semplicità e risolutezza ciò di cui per secoli i migliori filosofi hanno tentato una spiegazione.
Il fatto è che l’essere non è spiegabile, men che meno nel suo senso più elevato, l’ente supremo. Anzi, come ci suggerisce il participio presente del verbo essere, la forma verbale che possiamo usare come aggettivo, nome e verbo, essente è qualcuno nell’atto di essere, è l’atto di essere, ed è nome di chi agisce.
Ecco perché risulta difficile darne conto, infatti è tutto ed è anche parte del tutto, proprio come si confà a qualcosa di assoluto e irraggiungibile eppure palpabile e presente, in qualche modo.
Il non essere, d’altra parte, non ci consente di spiegare l’essere, anzi ci complica ancora di più il compito. Inoltre, non è detto che sia il suo opposto, e quindi per contrasto possa offrirci uno straccio di indizio. Il non essere potrebbe anche solo riferirsi al non manifesto, se il punto di vista da cui osserviamo è quello del sensibile e percepibile. Percepibile non significa esattamente aderente a ciò che l’ente è. Ad essere onesti, la percezione è tutta una operazione di ristrutturazione e ricomposizione della realtà, una copia del reale, a volte piuttosto imprecisa.
Ed è nell’inspiegabilità tutta la comprensibilità dell’essere.
È qui che con umiltà ci fermiamo, perché incontriamo uno sbarramento.
Ciò che pertiene all’essere, l’essenza più profonda, fa parte del mistero della vita.
Nessuno potrà mai darne conto in maniera definitiva e, a mio avviso, lo strenuo tentativo delle più elevante menti del pianeta, assieme all’umile contributo dell’uomo della strada, del giovane in crisi esistenziale, di un insegnante, artista, poeta, fisico, madre, nonno e qualunque altro essere vivente ci abbia mai anche di volata pensato un po’, è il senso totale, cumulativo e qualitativo dell’essere: ispirare, invitare, torturare intellettualmente, sospingere emotivamente, portare all’azione l’umanità, per il semplice fatto di essere essente tra noi, essere qui, e non qui ed ora, qui e sempre.
Non è possibile ignorare il distillato vitale che l’essere contiene, di cui una microparticella ha dotato ognuno di noi, per istigarci a indagare, su noi stessi, su cosa significhi essere, se essere sia la fine di un percorso del divenire o se il divenire conduca all’essere e se mentre sto essendo sto davvero permettendo l’emanazione della fragranza contenuta in quella microparticella di distillato vitale che è in me.
E se per caso sto solo sprecando il mio tempo nel tentativo di essere qualcuno o qualcosa che non sarò mai? Perché se un minimo sull’essere ci è dato di comprendere, è relativo a noi e solo noi.
Se è vero che nulla accade per caso, che tutto obbedisce a leggi precise e immutabili, che non cade foglia che Dio non voglia, mai ignorare la saggezza popolare, allora vi è un senso al mio essere, e anche a tutto ciò che non posso essere, che non è compreso nel progetto del mio stare qui, del mio agire.
A me interessa moltissimo scoprirlo, ma sono sicura che anche quando dovessi avvicinarmi a comprenderlo, non riuscirò a spiegarlo.
Ed è un bene, nessuno deve spiegare se stesso al prossimo, è sufficiente sentirsi e verificare se mentre si sta essendo, quella condizione è accompagnata da gioia e un buon grado di serenità, o se non sia angosciante e basta. Ma badate, l’angoscia è benedetta, è il cartello indicatore per un lavoro interiore di ri-orientamento verso se stessi. Da qui si ha il primo indizio sul fatto che si sta essendo ciò che si è o se c’è stato un deragliamento.
Se ci arrivi vicino, non dirlo a nessuno. Non ci sono le parole per darne conto e se anche tu trovassi le migliori, staresti aprendo lo scrigno della tua parte più preziosa e vulnerabile, allo stesso tempo potente e unica, per cui tienilo per te. Così non lo esponi a malintesi. Noi ti vedremo e forse capiremo. Ma questo è secondario. L’importante è che lo abbia compreso tu e lo senta in te. Il tuo esempio silenzioso varrà più di mille parole. Ed è in questo che attecchisce la pace.
(Foto di Felicia Buitenwerf)










A volte anche chi sa chi è e perché è smarrisce la Via, la cosa meravigliosa è che, se anche solo per un attimo l’ha perseguita, la cercherà ancora e ancora, perché non potrà più vivere senza la gioia di quando l’ha percorsa.
Leggere te, leggere ogni essere umano alla ricerca di sé è un dono: grazie.
Bellissimo articolo. Ancora una perla di riflessione.