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Alfabeto Interno. E come empatia

Di Valeria Martini
26/09/2020
in alfabeto interno, Comunicazione e società, Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti

E come empatia

Questa sconosciuta.

Oramai data quasi per dispersa, soprattutto nella società moderna, afflitta da forme di egocentrismo sempre più marcate e totalmente mancante nei soggetti che presentano tratti narcisistici.

Non importa.

Non importa, è questo il motto di chi è assente all’empatia.

Non perché non sia di per sé importante qualcosa dell’altro, ma perché non lo importo, non gli permetto di arrivare dove io mi trovo e di farlo stare dove io sono. Non do il consenso all’importazione nel mio territorio.

Infatti, il significato più bello di empatia, a mio avviso, è quello di consentire.

Consentire un transito e un approdo.

Consentire: sentire con. Assieme.

L’empatia è un permesso, una possibilità, un’agevolazione, un’opportunità.

L’empatia consente, quindi permette di accorgersi del mondo, sentire col mondo.

Mi domando come si possano avere le idee chiare rispetto alla propria vita, alle scelte fatte, alle direzioni di carriera, al partner, se non abbiamo consentito a noi stessi di accorgerci del mondo attorno. E di noi nel mondo attorno. Di più, noi col mondo.

Essere nel mondo, come diceva il maestro Gesù, non del mondo. Dentro il mondo come partecipanti attivi alla vita, e non intrappolati e schiavi di esso. Essere nel mondo come sosteneva Martin Heidegger, un’esperienza di fenomenologia esistenziale, il dasein, l’esserci, essere in sé con gli altri.

È questo che l’empatia permette di vivere.

Un’esperienza di vita in cui ti accorgi, ovvero a-corrigere, senza correzione, attenzione viva e spassionata senza giudizio, una presa d’atto di ciò che c’è e che riconosco perché riesco a sentirlo anche in me.

L’empatia è anche una funzione biologica, la faccenda dei neuroni specchio ci racconta quanto al livello biochimico sia automatico riconoscersi in altro, sentire se stessi in altro e l’altro in noi stessi. Non è qualcosa che si possa contrastare troppo a lungo.

E, infatti, se osserviamo coloro che hanno prosciugato l’empatia entro se stessi, vediamo che sono sofferenti, che con uno sguardo ostinato alle proprie prerogative, e solo a quelle, si orientano disorientati nella vita. Sembrano persone decise, con le idee chiare ma subiscono stati ansiosi laceranti. Mancando di quell’ago della bussola che si chiama empatia, non riescono a vedere senza giudizio, senza paragone, a prendere in sé, per poi restituire e come conseguenza avere un orizzonte più chiaro e ampio.

Le persone prive di empatia, o meglio quelle che schiacciano questa funzione così inerente, sono aride e affamate. Perché se tu non ti nutri, muori, oppure se ti nutri solo di stesso, muori, autofago.

E prima di morire attraversi territori di progressiva e indicibile sofferenza.

Nel nostro caso, qui, sofferenza psichica sempre più forte.

Se non lasci fare all’empatia, tu lentamente diventi anoressico della rugiada della vita, ti neghi il condensato luminoso di informazioni di cui hai bisogno per realizzare te stesso, informazioni che sono in te e attraverso te.

In te come doti con cui sei nato.

Attraverso te nel transito di elementi a cui consenti di raggiungerti nella tua esperienza di essere qui ed essere con.

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