È con il petto gonfio di orgoglio che oggi scrivo questa recensione che, come noterete, è la prima, spero di una lunga serie, che parla di un lavoro tutto italiano.
‘A Classic Horror Story’ è l’ultimo film del duo registico Roberto De Feo (‘The Nest’ 2019) e Paolo Strippoli, vincitore del ‘Taormina Film Festival’.
Disponibile dal 14 luglio scorso su piattaforma Netflix è un horror slasher psicologico girato nel Lazio e nella foresta umbra, ma ambientato in Calabria. Travestito da “una classica storia dell’orrore” nasconde, sotto diversi strati composti da clichè e luoghi comuni magistralmente intrecciati tra loro, una trama ben più articolata. La paura percepita si trasforma passando ad un livello superiore.
Il mio consiglio è quello di non farvi influenzare dal trailer o dalla trama perché entrambi non scavano mai oltre la superficie del film.

Un gruppo di persone, sconosciute fra loro, condividono un camper per raggiungere una meta comune. Eccoci subito catapultati all’interno del camper a conoscere i protagonisti, tutti ben distinti l’uno dall’altro, tutti caratterizzati da una storia o da un’impronta caratteriale.
Un incidente, più che previsto, interrompe il loro viaggio e li strappa dalla strada e dal mondo che conosciamo. Come in una classica storia dell’orrore, i personaggi del film si ritrovano dispersi in un bosco apparentemente immenso, lontano dalla strada, senza rete sul cellulare e per di più di fronte ad una misteriosa ed inquietante casa che somiglia più ad una chiesa pagana.
Guardando tutta la prima parte del film, la sensazione di déjà vu è come una spia rossa che si accende in continuazione, sia per la costruzione dei personaggi, sia per l’alternarsi delle vicende che costituiscono la storia. Questo aspetto non lo rende comunque meno interessante.
L’alternarsi degli eventi è disseminato da piccole gag divertenti e da elementi che caratterizzano gli usi e i costumi del territorio. Interessante e allo stesso tempo terrificante è la re-interpretazione della leggenda calabrese di ‘Osso, Mastrosso e Carcagnosso’ i padri fondatori della mafia italiana.
La scenografia, curata da Roberto Basili e la fotografia di Emanuele Pasquet, curate nei minimi dettagli in modo quasi maniacale, trasmettono allo spettatore la giusta dose di coinvolgimento emotivo.
Tra gli interpreti spicca particolarmente la performance della protagonista Matilda Lutz (‘L’estate addosso’ di Gabriele Muccino) nel ruolo di Elisa. L’interpretazione dell’intero cast, nonostante qualche scricchiolio, rende comunque la pellicola godibile.
Il duo registico prende spunto da innumerevoli titoli come ‘Cabin Fever’ di Eli Roth, ‘Quella casa nel bosco’ di Drew Goddard e ne ricorda altri come ‘The Wicker Man’ di Robin Hardy e ‘Mindosmmar’ di Ari Aster, tuttavia, grazie alla dinamicità della trama il prodotto finale si discosta da tutti.
‘A Classic Horror Story’ è in definitiva un lavoro completo, costruito sugli stereotipi ma mai prigioniero di questi. Scherza con lo spettatore ma ha come obiettivo l’intera società che, con il riflettore puntato addosso, fa più paura di tutto il resto.









