Continua l’avanzata Post Punk UK di questi ultimi anni, avanzata che sta sviluppandosi su diversi fronti d’onda e sta generando delle multiforme in cui forse il DNA comune è il provenire dalla terra di Albione e generare una massa di rumore assolutamente di valore.
Torniamo qua su Nemesis quindi nel nostro viaggio in questi spazi dopo aver già scritto di Idles, Dry Cleaning, ovvero band che manifestano espressioni diverse del fare Post Punk che hanno creato una vera e propria scuderia.
Ma torniamo ai londinesi Black Midi, oramai al secondo lavoro dopo “Schlagenheim” del 2019, sempre sotto Rough Trade. Una emissione sonora immediata di otto tracce per circa 42 minuti che ci travolge al solo atto di pigiare play sul nostro dispositivo preferito. Si parte infatti subito con “John L” che non lascia molto ai dubbi sulle intenzioni della band di spaziare tra caos e ordine, melodia e gustosa cacofonia.
Troviamo subito un sapore di memoria Mars volta ma con quella matrice inglese logicamente assente nella band statunitense figlia degli At The Drive In. La voce di Geordie Greep ricorda a momenti Craig Finn dei “The Hold Steady” e si assesta come unico punto di riferimento su un tappeto sonoro che definire tumultuoso è poco.
“Marlene Dietrich” ne è infatti assolutamente la prova di quanto scritto finora, dove melodie si incontrano con punte arruginite che creano scintille dopo esser state scagliate su mura antiche rovinate dalle intemperie, riuscendo a suonare coinvolgenti sia in un locale swing come su un palco infuocato di un festival (non manca molto, non manca molto)
Momenti jazzati come quelli di “Slow” o “Diamond Stuff”ci aiutano a trattenere il fiato un attimo per poi venire di nuovo investiti dalla seconda metà di “Dethroned” e “Hogwash and Balderdash” per poi chiudere con la dolcezza di “Ascending Forth” ed una quasi visione di Greep in veste di Crooner con la Band in White Dress che suona durante una somministrazione sotto copertura di alcolici come se fossimo tornati indietro nel periodo del proibizionismo statunitense degli anni ’20
La domanda che mi sorge spontanea però è quanto una band come i Black Midi potrà essere sostenibile nel lungo periodo, la vita nel Prog / Math non è per niente facile e lo dimostrano band che dopo anni non riescono più a generare idee nuove e/o coinvolgenti rimanendo delle copie reiterate di loro stesse. Mi viene da pensare ai Battles per esempio, a meno che non appartenere alla parte più metal del genere dove invece la possibilità di avere fan base più solide aiuta a mantenere traiettorie di maggiore durata anche se appiattite.
Sono curioso del futuro, ma allo stesso tempo mi godo il presente e ripigio Play sul mio iPhone.
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