Maledicere, dire male.
In sé e per sé la maledizione è l’atto del proferire parole cattive rivolte a qualcuno per invocarne la sciagura. Ma la sola maldicenza è innocua, in fondo sono solo parole.
Cosa rende la maledizione efficace e offensiva? L’intenzione con cui viene pronunciata e il movente interno che le dà voce.
Tante volte, in tono scherzoso, saettiamo una maledizione contro qualcuno o qualcosa, ed essa è e rimane uno scherzo. L’intenzione goliardica e l’innocuità nel movente non rendono una certa frase o esclamazione dannosa.
Prendiamo atto ancora una volta del fatto che nulla può davvero nuocere se non venga prima caricata di quella sostanza invisibile e surrettizia che è la cattiveria pensata, architettata, con il fine di fare del male. Tutto nasce da dentro. Noi nasciamo da dentro, ci formiamo dentro il corpo di una donna, in esso cresciamo e da esso usciamo alla luce. Quanta ombra proiettiamo al nostro venire alla vita dipende da quanto e come siamo stati nutriti di bene o di male.
È così anche per i nostri atti, le parole, le espressioni che ci caratterizzano e che, a un certo punto della vita, diventano abitudinarie e cifra del nostro eloquio senza magari renderci conto di quale terreno le ha nutrite e quali intenzioni le hanno fatte diventare modi con cui ci rivolgiamo alla vita. Già, quando malediciamo qualcuno o qualcosa, stiamo maledicendo la vita. Perché sebbene si perda la percezione della continuità dell’essere, e crescendo sempre più nel nostro io non facciamo che separarci dal tutto setacciando ciò che è nostro da ciò che è vostro, in realtà siamo uniti a tutto il creato manifesto e immanifesto. Difendo il mio, non mi curo del tuo. Non mi curo e respingo se percepisco che il tuo contrasta col mio, e forse auguro al tuo di non andare bene, perché in tal modo avrei maggiori possibilità io. Non c’è posto per tutti nel mondo, non ci sono abbastanza risorse e sufficienti posizioni di comando o di successo. Se la riuscita capita a te in una medesima cosa che interessa a me, sento che mi stai togliendo la possibilità di farcela e inizio anche a ritenere che tutto sommato tu non sia poi così migliore di me, quindi dentro attecchisce il seme dell’invidia, e sento che ho bisogno di deprezzarti, di sminuirti, di trovare e mettere in evidenza i tuoi difetti.
Una catena di emozioni e sensi di inadeguatezza parlano al nostro paroliere interno, suggeriscono un sistema di maldicenza in modo da cercare di far sfigurare chi ha avuto fortuna, chi sta realizzando se stesso.
Il male prende forma se noi abbiano gli stampini che lo possano contenere. Questi stampi sono i buchi che si creano dentro di noi ogni volta che persistentemente ci occupiamo di opacizzare gli altri invece che lucidare la nostra pietra preziosa, il nostro modo di essere al mondo, le qualità che stiamo lasciando parzialmente inespresse.
Perché facciamo così? Cosa ci spinge a guardare troppo fuori e poco dentro?
È chiaro che il confronto, quello sano, può essere fonte di ispirazione e motivazione al fare; questo però accade quando siamo alla ricerca di ispirazione. Se invece andiamo in giro con fare exofago, volendo inghiottire e maciullare ciò che pensiamo non essere in grado di realizzare, ecco che il confronto si trasforma in penoso paragone e distruttivo pensiero.
Chi ha da maledire se bene sta? Chi ha cibo per nutrire il male se è tutto proteso a fare il bene per se stesso? Chi ha buchi che fungono da modello per accogliere il male se al suo interno è tutto una superficie liscia e riflettente pensieri elevati?
Fai un esercizio: ogni volta che parli, ascoltati bene. Senti se stai dicendo qualcosa di buono, utile e amorevole. Se così non è, correggi il tuo pensiero, contatta l’emozione che dà la spinta a quanto non risponde alle tre qualità summenzionate.
Ogni volta che te ne accorgi, taci.
Ogni volta che taci, trattieni il male in te.
Il male in te può dissolversi se capisci perché si è generato.
E quando capisci e agisci in conseguenza, tu diventi migliore, sviluppi la tua potenza e liberi spazio per far succedere il vero te stesso.
(Foto di Johannes Krupinski)










