“E ora il tuo sogno è spento e chi ne ritroverà la traccia fra la polvere del tuo sepolcro?” Queste amare parole di uno dei tanti amici di Cesare Zonchello, vergate alla notizia della sua precoce morte, racchiudono in qualche modo la sfortunata vicenda del medico sedilese. Uomo di pregevole intelligenza e cultura, si accorse ben presto che il suo valore e il suo estro, nella condotta medica di un piccolo paese della Sardegna, sarebbero stati gettati al vento. Consapevole di ciò, si dedicò con entusiasmo e generosità allo studio delle malattie endemiche a Cagliari e Roma, fino a riuscire primo nel concorso indetto dall’amministrazione sanitaria dell’Impero Ottomano di Costantinopoli. Cominciava così, l’avventura mediorientale di medico del consiglio sanitario quarantenario nelle terre percorse dai pellegrini musulmani che andavano e tornavano da La Mecca. In un tempo dove imperversavano peste bubbonica, vaiolo nero e colera, si cercava di tenere a bada le epidemie con le misure profilattiche disposte dal Consiglio sanitario internazionale e con l’incessante studio degli igienisti europei che talvolta, nel compimento della loro opera, rimanevano vittime delle stesse malattie che cercavano di sconfiggere. Cesare Zonchello è stato uno di questi.

Cesare Zonchello nasce a Sedilo nel 1876 dal medico condotto Salvatore e da Filomena Porcu. L’agiatezza della famiglia consente a Cesare di compiere l’intero ciclo di studi che terminano con la laurea in medicina e chirurgia conseguita a Cagliari il 27 giugno del 1901 col massimo dei voti e con una tesi sull’utilizzo dell’ipnotismo nelle terapie. Anche i fratelli Aurelio, Antonio, Edoardo e Giacomo raggiungono riguardevoli posizioni nell’avvocatura, nella marina militare e nella finanza.
Al dottor Cesare viene affidata subito la condotta medica di Samugheo. Le notizie fornite dall’inchiesta Baccarini del 1898 sulla situazione sanitaria delle zone interne dell’isola danno un quadro desolante su di un mondo caratterizzato dalla recidività di malattie che si presentano più letali che altrove e dalle quali si guarisce con maggiori difficoltà. In queste condizioni, quel giovane medico dal carattere mite e dai modi gentili, comincia il suo percorso professionale, cercando di colmare, come può, il vuoto di un’ assistenza carente di soccorsi terapeutici e appropriate e tempestive cure. Con bontà d’animo e alto senso del dovere si reca spesso anche nei vicini paesi di Atzara e Ortueri, che in barba alla legge Crispi del 97, nata per garantire l’assistenza per tutti i poveri, come se non bastassero le precarie condizioni igieniche degli abitati, rimangono sprovvisti di condotta medica per mesi.
Forse è anche per questi motivi che, stimolato da una vigorosa passione per lo studio e dal desiderio di specializzarsi in batteriologia, dopo appena tre anni Zonchello fa ritorno in città. A Cagliari diventa assistente onorario e collaboratore del professor Casagrandi, allora direttore del gabinetto d’igiene dell’università, e pubblica i suoi studi su germi patogeni, tubercolosi, malaria e colera. Alle attività di ricerca e laboratorio, aggiunge l’insegnamento della Fisica Tecnica e lo studio della lingua tedesca, inglese e francese. Sono i passi necessari per coronare il sogno di specializzarsi presso l’Istituto Romano d’Igiene che raggiunge nel 1905 anche grazie alla raccomandazione del Casagrandi che lo consiglia caldamente al professor Celli.

Dopo appena sei mesi, partecipa al concorso per medici quarantenari indetto dall’amministrazione sanitaria dell’Impero ottomano e lo vince, sbaragliando ogni concorrenza e lasciando una profonda e positiva impressione sulla commissione esaminatrice. Viene così destinato a prestare servizio presso l’isola di Kamaran, nella costa dello Yemen, stazione di quarantena per i musulmani che nel Dhū l-Ḥijja, il mese del pellegrinaggio, si recano alla sacra moschea di La Mecca
In questa colonia medica cosmopolita operano medici inglesi, francesi, tedeschi, austriaci, belgi e russi. L’Italia è rappresentata da Zonchello e dal dottor Del Pino. Il loro compito è quello di attuare le misure profilattiche disposte dal Consiglio sanitario internazionale. Nell’isola, in poco meno di un mese, possono approdare anche cinquanta piroscafi che talvolta arrivano a trasportare qualcosa come cinquantamila pellegrini. Chi mostra sintomi di malattie infettive come peste, colera e vaiolo, viene trattenuto e curato nel lazzaretto. Chi arriva da navi con malati a bordo viene messo in quarantena per sette giorni. Gli altri possono proseguire. Cesare Zonchello vi si dedica anima e corpo proseguendo i suoi studi di laboratorio con l’ausilio dei roditori.
Torna a Cagliari nel 1909 dove rimane per due mesi per poi ripartire per un nuovo compito e una nuova destinazione: una campagna di studio di 18 mesi in qualità di direttore del lazzaretto di Abou- Saad, nei pressi di Gedda, la località araba dove si tengono sotto osservazione i pellegrini di ritorno dalla tomba di Maometto. Qui i casi di malattia sono più frequenti. I fedeli tornano infiacchiti dal viaggio e in stato di debolezza sono più soggetti al contagio della peste e alla dissenteria che spesso risultano letali. A questo si aggiunge il fatto che la stazione araba non è provvista di un laboratorio adatto come quello di Kamaran e di conseguenza i medici sono più esposti e non hanno a disposizione tutti i mezzi per proteggersi e curarsi in caso di contagio.

L’animo di Zonchello è inquieto. Non mancano la volontà e la dedizione al lavoro ma in quelle condizioni, diversi pensieri lo turbano. La conta dei sanitari morti comincia a farsi preoccupante e al collega milanese Businelli si aggiungono il tedesco Muller e il portoghese Pestana. In una lettera ad un amico manifesta tutto il suo disagio per quel “servizio codardo e infingardo, dove si lavora faticosamente e si soffre senza progredire”. Scrive anche al professor Celli a Roma: “Ho esaminato più di 700 cadaveri di topi e continuo alacremente per finire il mio lavoro per la primavera del 1911, epoca in cui spero di poter ritornare in patria. Credo che il mio lavoro sarà interessante, se pur nel più bello non mi coglierà la peste”. Parole che risulteranno mestamente profetiche.
Il 20 aprile 1910, Salvatore Niola, sindaco di Sedilo, riceve un telegramma dal ministero degli esteri che annuncia il grave stato di salute del dottor Zonchello. In un baleno la notizia si sparge in tutta la comunità che si stringe attorno alla famiglia del medico che vive momenti d’apprensione, destinati a diventare di sconforto, con il telegramma del 21 che parla di condizioni disperate, e di profondo dolore nella giornata del 22, con l’ennesimo telegramma che annuncia la prematura scomparsa dell’illustre concittadino.
La notizia viene accolta con grande cordoglio dal mondo scientifico italiano e internazionale. Giungono telegrammi da Roma, Milano, Sorgono, Cagliari e Sassari. Nella chiesa italiana di Sant’Antonio a Galata di Costantinopoli viene celebrata una messa di suffragio, gli atenei sospendono lezioni e sedute, mentre il suo paese natale lo commemora il 13 di maggio con una grande manifestazione.

L’anonimo amico – che lo chiama poeta in onore della sua passione per le liriche e in particolare per quelle di Dante, Carducci e Pascarella – lo “saluta” con alcuni versi dolorosi rimproverandogli la troppa ambizione che ha prevalso su una comoda carriera da poltrona: “E ora il tuo sogno è spento e chi ne ritroverà la traccia fra la polvere del tuo sepolcro? E avranno soltanto, le ossa tue la gioia del sepolcro nella Sardegna nativa o giaceranno sulle rive del Mar Rosso, là dove, o medico, passeranno altre pestifere turbe, premendo a inconscio scherno coi loro piedi stanchi la speranza senza vittoria che si sarà interrata col tuo destino? Tu eri andato a combattere una tua ambiziosa battaglia contro la peste e la peste ti ha vinto. Recavi nel tuo spirito la sapienza e la volontà dei secoli e delle razze civili; una pulce, forse, in una goccia di sangue, ha debellato i secoli e le razze. Poeta va! Va, ambizioso d’incauta ambizione.”.
Ma no. Cesare Zonchello, come aveva scritto al professor Casagrandi, forse aveva fatto male a lasciare il certo per l’incerto, ma nonostante la nostalgia di casa, i molteplici problemi e financo la morte, no,non si era pentito affatto. Aveva soltanto compiuto il suo dovere di uomo e di scienziato, al quale la città di Nuoro, in segno di riconoscenza, ha intitolato un suo ospedale.
Scienziato igienista di audace ingegno allo studio dei grandi morbi epidemici
alla assistenza delle genti islamiche pellegrinanti verso La Mecca
nel suo ospedale di Djeddàh sul Mar Rosso la vita austera di promesse fulgida
per fatale contagio di Peste nobilmente immolava. Il grande esempio di virtù civile
di umana solidarietà coi sofferenti di ogni terra di ogni fede la Sardegna risorgente a Libertà
non immemore degli eroici figli vuole eternato in questo ospizio di fraterno amore.
Nuoro – 19 dicembre 1948.










