‘Out of Time’ esce il 12 marzo del 1991, anticipato in febbraio da ‘Losing my religion’. La canzone, destinata a diventare il manifesto della band di Athens, rappresenta il salto di qualità di Michael Stipe e soci che diventano grandi raggiungendo il successo planetario. Non male per una band di rock alternativo nata un decennio prima in un college della Georgia. Molti anni più tardi, un tizio che si diletta a fare il dj per le feste private cagliaritane viene chiamato a far ballare gli studenti in un nota discoteca cittadina dove solitamente le casse sparano house, techno e hip hop. Quel tizio ha una concezione diversa della musica da ballo e a fine serata fa partire ‘Losing my religion’, con centinaia di persone entusiaste a manifestare fisicamente il loro gradimento. Ancora non può saperlo. Ma quella canzone rappresenterà la svolta del suo percorso musicale. Il nome di quel tizio lo leggete all’inizio dell’articolo.

Il 1991 è un anno estremamente fecondo di dischi che segneranno inequivocabilmente la storia della musica. Da ‘Blood Sugar Sex Magik’ dei Red Hot Chili Peppers a ‘Nevermind’ dei Nirvana, da ‘Ten’ dei Pearl Jam al “black album” dei Metallica, dall’esordio dei Massive Attack con ‘Blue Lines’ al ritorno degli U2 di ‘Achtung Baby’ e dei Guns N’ Roses del doppio ‘User your illusion’, fino a ‘Dangerous’ di Michael Jackson e ‘Innuendo’ dei Queen è un continuo orgasmo sonoro.
Non è affatto cosa scontata avere la meglio in questo ingorgo d’eccellenza. Eppure i R.E.M hanno il loro asso nella manica in una canzone che soppianta tutta la concorrenza.
“Non si era mai visto un singolo di 5 minuti con un assolo di mandolino conquistare il mondo”, dirà Massimo Cotto, ma è proprio quello che accade con ‘Losing my Religion’, che oltre ad essere passata in radio a ripetizione entra visivamente nelle case di tutto il pianeta con lo straordinario video affidato al regista indiano Tarsem Singh.
“Noi ci sentiamo del tutto fuori dal tempo e dalle mode. Siamo un caso a parte, volutamente ai margini delle tendenze del mercato discografico. È musica a se stante, senza confini temporali, anche se indubbiamente contiene degli elementi che possono ricondurre agli anni Sessanta”, dichiarò Peter Buck, quasi a sottolineare che se ‘Out of Time’ fosse uscito vent’anni prima o quindici dopo, probabilmente avrebbe riscontrato lo stesso identico successo.
Ma non è tutto qua. Forse parte del successo è dovuta all’errata interpretazione di titolo e testo. Negli stati del sud est americano “losing my religion” non ha il significato di una disillusione divina o di una deriva agnostica, è più semplicemente un comune modo di dire per indicare il “perdere la pazienza o il “non poterne più”. In questo specifico caso parla dell’ insofferenza per una profonda delusione derivata da un amore non corrisposto o finito. In poche parole, il due di picche che diventa un inno generazionale e si adatta perfettamente allo stato d’animo di quel momento di rifiuto o di rottura che ci riguarda alla fine un poco tutti. Lo stesso che attanaglia il maggiordomo James Stevens, protagonista di ‘Quel che resta del giorno’ o che traccia le linee guida de ‘Il Grande Gatsby’ di Francis Scott Fitzgerald o di ‘Cafè Society’ di Woody Allen.
A trent’anni di distanza ‘Losing My Religion’ gode ancora di ottima salute e accompagna i ricordi di “No” mai digeriti, delusioni che hanno solcato milioni di esistenze e memorabili concerti del quartetto Stipe – Berry – Bucks – Mills. Possiamo ascoltarla quando e dove vogliamo. Che sia il promontorio della Sella del Diavolo di Cagliari o sotto la Pietra dell’Orso di Palau o ancora in un ristorante di cucina mediterranea di Athens mentre ingurgitiamo humus, datteri ripieni e patatas bravas innaffiati da un Nero di Creta e attendiamo Michael Stipe che ci annuncerà il ritorno sulle scene dei R.E.M con un concerto segreto al Parco dei Suoni di Riola o alla Valle della Luna in modalità “Shiny happy people holding hands”. Sarebbe un sogno magnifico. Non trovate?











