Il corpo come unico mezzo per accedere al mondo, come tramite per percepire la realtà e stabilire un contatto col prossimo. Lo stesso corpo come zavorra che appesantisce l’anima, angusta prigione o ultimo sacrificabile confine da frapporre tra sé e gli altri. È questo il baricentro della narrazione in “Corpi di Cristo”, romanzo del veronese Massimo Cracco, classe 1965, pubblicato lo scorso giugno da Italo Svevo Edizioni. E già il titolo è una mirabile sintesi delle insidiose contraddizioni che il più antico e forse più frequentato dei topos letterari porta con sé.
Lo scenario è quello della provincia veneta negli anni Ottanta. Sullo sfondo le città di Verona e Padova, e l’eco di fatti di cronaca realmente accaduti. Il protagonista e voce narrante – del quale sappiamo che ha un nome tedesco perché tale è il padre – frequenta il liceo ed è lì che conosce Nilo. Le personalità dei ragazzi sembrano incompatibili: timido e riservato il primo, intraprendente e spregiudicato il secondo; uno incapace di elaborare e accettare la propria omosessualità, l’altro pronto ad assecondare l’attrazione verso le donne con spavalderia e ostentato machismo. Eppure tra i due nasce un’amicizia che ne indirizzerà i destini.

Emergono così le rispettive e drammatiche vicende familiari, dalle quali entrambi sono stati segnati con esiti all’apparenza contrapposti. Il protagonista ha perso la sorella minore a causa di una leucemia. Quel lutto ha compromesso gli equilibri della famiglia, ponendo una distanza incolmabile tra i genitori e spingendo la madre, già provata dalla depressione, a cercare un illusorio conforto nella fede. A Nilo non va molto meglio, con una sorella affetta da un grave ritardo mentale e un fratello tossicodipendente.
Ma se il contesto familiare non è più il luogo sicuro nel quale prepararsi alle sfide della vita, il mondo oltre la porta non è certo meno ostile per chi non ha avuto il tempo di affinare gli strumenti emotivi e intellettuali con i quali affrontarlo. “Il ragazzo dal nome tedesco” e l’amico Nilo avranno a che fare con una società bigotta e perbenista, incattivita dalla diffidenza e persino dall’avversione nei confronti di chi è estraneo all’idea dominante di normalità, qualunque sia la forma in cui la dissonanza si manifesta. Sotto la desolazione di queste ceneri ardono più vive che mai le braci dell’ignoranza e dell’intolleranza, mosse dal fanatismo religioso, dal nuovo e vecchio fascismo, quello istituzionalizzato e quello che non ha abbandonato le antiche pulsioni eversive.
Qui l’opera cessa di essere romanzo di formazione e la prosa ricca e ben affinata di Massimo Cracco ci offre un racconto a tinte noir del percorso che accomuna i ragazzi, ma sarebbe più appropriato chiamarla ribellione o fuga da quanto di osceno la vita ha prematuramente mostrato loro. La dolente razionalità del protagonista, la tanto cara matematica applicata al vivere, si troverà a fronteggiare in Nilo la propria nemesi e allo stesso tempo si specchierà nella sua rabbiosa bestialità, in un gioco del doppio al limite della follia, anch’esso collaudato archetipo letterario che ha forse in Saramago il più affine tra i numerosi predecessori. Fino a produrre una devastante collisione, nella quale sarà ancora il corpo a dominare la scena. Il sacro e caduco tabernacolo che custodisce la vita dovrà essere profanato, smembrato, incenerito, in quanto incarnazione dell’insostenibile precarietà che contraddistingue l’esistenza umana.










