I miti ci racontano quello che siamo stati e siamo diventati, in un momento in cui l’umanità sta mettendo a rischio la sua stessa esistenza, in cui è un atto necessario fare memoria del passato per ricordare i disastri commessi e quelli che si stanno commettendo, per tentare di riflettere sul presente, per comprendere l’accaduto e la gravità degli accadimenti attuali. Che cosa è stato l’essere umano e che cosa è oggi? Mito e tragedia classici, ancora magistrali, sono in grado di darci una risposta, sviscerando la contemporaneità. “Antigone e i suoi fratelli”, una affascinante rilettura 3.0 dell’opera, intramontabile, di Sofocle, con i giovani attori della compagnia PoEM / Potenziali Evocati Multimediali diretti da un maestro di teatro contemporaneo come Gabriele Vacis, fa proprio questo: attraverso il dramma della figlia di Edipo e Giocasta e dei suoi fratelli Eteocle e Polinice, narra di un lontano passato, mai così vicino, per parlarci del presente e delle sue drammatiche storture, le sue devianze dannose, le sue derive perniciose. Lo spettacolo, di spessore alto, è andato in scena fra le rovine della città fenicio-punico-romana di Nora per il festival La Notte dei Poeti, curato dal Cedac Sardegna, che in cartellone ha ancora due appuntamenti: venerdì 25 “Ivan e i cani” di Hattie Naylor, con la performer Federica Rosellini, e domenica 27 luglio chiusura in musica con “The Kings of Blues”, protagonista un ensemble di stelle guidato dal pianista Kenny “Blues Boss” Wayne.
Di “Antigone e i suoi fratelli” Vacis (di spicco nel panorama contemporaneo il suo innovativo contributo e l’esperienza di Laboratorio Teatro Settimo) sigla adattamento e regia, Roberto Tarasco, altro nome di rilievo, la scenofonia. Ecco, Vacis. Una lezione di regia la sua, un timone fermo e sicuro per gli attori e attrici under 30 di PoEM – compagnia nata alla fine del 2021 da una classe di diplomati alla Scuola del Teatro Stabile di Torino – che si muovono sul palco come orologi. E’ giusto nominarli, uno per uno: Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Letizia Russo, Lorenzo Tombesi e Gabriele Valchera incarnano, volto, corpo e voce, i personaggi della tragedia sofoclea.

Antigone si ribella all’ordine emanato da Creonte, suo zio, fratello della madre Giocasta, assurto al trono dopo che Eteocle e Polinice si sono uccisi vicendevolmente, davanti alle porte di Tebe. Il re sancisce solenni celebrazioni per Eteocle, difensore della città, mentre a Polinice, reo di aver cercato di conquistare il potere a capo di un esercito, viene negata la sepoltura. La figlia di Edipo decide invece di onorarlo, il fratello, fra obbedienza e giustizia sceglie la giustizia, fra legge e pietà la pietas, rendendosi paladina delle leggi divine e morali, che considera superiori a quelle dello Stato. Creonte condanna a morte la nipote, ordina sia seppellita in una grotta, né viva tra i vivi, né morta fra i morti. La tragedia si compie ulteriormente: Antigone preferisce uccidersi, sul suo corpo si ferisce a morte anche Emone, il fidanzato, figlio del re e della regina Euridice, che per il dolore si toglie la vita, al sovrano, accecato dall’hybris, resta solo la distruzione della propria famiglia.
Ripetute le riletture del mito di Antigone da parte di autori del ‘900 – e contemporanei, che continuano ad attualizzarne sfaccettature e tematiche – come Brecht, Simone Weil, Yourcenar, che hanno regalato in contesti moderni – Anouilh, per esempio, la scrisse, pubblicò e rappresentò durante la seconda Guerra Mondiale, in pieno nazifascismo, fra il 1941 e il ’44 – nuove declinazioni della sua figura tragica: paradigma di forza morale e impegno etico, simbolo di resistenza, di lotta all’ingiustizia, al potere tirannico, ai totalitarismi. Gabriele Vacis fa diventare “Antigone e i suoi fratelli” un esercizio di cittadinanza attiva, di democrazia partecipata da una comunità di giovani capaci interpreti. Così il palcoscenico diventa agorà, il teatro pólis, per dibattere e riflettere profondamente. Un training sul campo di teatro comunitario per i PoEM, legati fra loro – come raccontano a fine spettacolo – da sentimento autentico di amicizia, sintonia non improvvisata ma vissuta, che si riverbera con evidenza in scena.
L’importanza del talento, della meglio gioventù, della solida formazione, della capacità registica in teatro e per il teatro è linfa vitale. Ne scaturisce una mise en scène di sostanza, conoscenze di palco, cultura drammaturgica, dove la regia di Vacis riluce nei gesti e movimenti degli undici attori e attrici, tutti protagonisti, una squadra di players (to play vuol dire “giocare” ma anche, appunto, “recitare”) che fanno fisarmonica all’unisono: recitano, intonano cori, cantano citando hip hop e rap, sbalzano le vicende narrate da Sofocle nell’Antigone ai giorni nostri, tempo di guerre, sotto le bombe su Gaza, su Kiev – vittime non aggressori – sulla loro popolazione civile inerme, e poi, ancora, gli emigrati desaparecidos nel Mediterraneo, i reietti del mondo attuale, dominato da beceri sovranismi e pericolosi nazionalismi. Vacis, dunque, dirige e indirizza con maestria i giovani talenti della compagnia, la cui bravura e precisione, chirurgica per merito della loro guida, riconcilia con il Teatro, quello vero. Applausi finali a gogò, meritatissimi. Questa versione di Antigone si trasmuta così in un’iniezione di fiducia e giovanile entusiasmo in tempi difficili, di tagli inopinati, per lo spettacolo dal vivo in generale. Un’incoraggiante dose di buona speranza per un futuro più propizio. Potenziale Evocato Multimediale.










