Quando Giuseppe Verdi compose Aida aveva cinquantotto anni. Scrisse una delle opere più famose in soli quattro mesi e, insieme a Simon Boccanegra, Otello e Falstaff, fu tra le sfide della maturità del genio di Busseto. Come altri celebri lavori, continua a conquistare in tutto il mondo, ora e sempre.
La storia, arcinota, è ambientata nell’antico Egitto. Radamès, capo della guardia egiziana, ama la schiava Aida, figlia de re d’Etiopia Amonarso, nonostante i loro popoli siano in guerra. Quando ritorna trionfante dal conflitto, viene ricompensato con un dono particolare: quello di avere in sposa la principessa Amneris figlia del Faraone, che lui però non ama e di cui Aida è diventata schiava personale. Tradendo il proprio popolo, Radamès progetta di fuggire con l’amata. Scoperto, viene murato vivo in una cripta dove Aida si introduce furtivamente condividendo con un abbraccio il tragico destino.
L’ultima volta andata in scena al Lirico di Cagliari è stato nel 2015, dove adesso ritorna dall’11 al 20 luglio ma con la regia di Franco Zeffirelli ripresa da Stefano Trespidi. Orchestra e coro sono diretti da Gianluca Marcianò. I costumi sono firmati da Anna Anni, mentre il disegno luci di Fiammetta Baldiserri è affidato a Veronica Varesi Monti. Coreografia di Luigia Frattaroli. “Questa Aida rientra tra gli spettacoli iconici del maestro, pensato per il Teatro di Busseto, tra i più piccoli d’Italia” commenta dopo le prove il regista veneto, vice direttore artistico dell’Arena di Verona: “Uno spettacolo in cui Zeffirelli ha concentrato l’attenzione sui personaggi e sui loro rapporti. Tra le caratteristiche di questo allestimento originale della Fondazione Toscanini di Parma pensato per il centenario dalla scomparsa di Verdi celebrato nel 2001, c’è quella di aver fatto tagli importanti, che riguardano ad esempio il ballabile del trionfo e il ballo dei moretti”.
Attraverso le sue opere Verdi ci ha spiegato chi siamo e perché siamo così.
“Diventano sempre più attuali e più belle col passare del tempo. In tempi in cui l’estetica è dettata dai social e dalla televisione, le sue opere diventano baluardo della cultura di cui c’è continuamente bisogno. Il genio di Verdi è universale”.
Al centro della sua arte c’era sempre l’individuo. Il mondo teatrale di Verdi, contrariamente a quello allegorico di Wagner che si avvaleva della mitologia, restava pienamente ancorato alla realtà umana ed eroica che è espressione dell’immaginario collettivo e popolare più autentico.
“Sì, c’era costantemente l’uomo, con le sue fragilità, le sue paure, i suoi drammi, le sue grandi passioni. In un’epoca dove in qualche modo si tende a mettere al centro la tecnica, una forma d’arte che invece mette al centro l’uomo con le sue emozioni diventa sicuramente uno scudo, un sicuro riparo”.
Verdi colonna sonora del Risorgimento ma anche dei giorni nostri.
“Assolutamente. Il melodramma resta il grande prodotto culturale per cui siamo famosi nel mondo, il vero ambasciatore del made in Italy, giusto per usare un termine in voga. L’unico campo del sapere in cui l’italiano è lingua veicolare è appunto l’opera”.
C’è qualcuno del cast di questa Aida con cui non hai lavorato prima?
“Il soprano americano Jennifer Rowley, molto sensibile e pienamente calata nel personaggio principale. Nonostante sia appunto statunitense, ha un gusto molto europeo”.
L’ultima opera che è stata scritta ed è in repertorio nei teatri di tutto il mondo è la Turandot di Puccini e risale a poco più di cento anni fa…
“Le voci che invocano modi nuovi di fare opera non mancano. Però che sia vecchia o nuova per me non conta, l’importante è che sia bella. Il nuovo va benissimo ma va benissimo anche il Barocco. Ci sono opere del Seicento che sono meravigliose”.

Che pensa delle rivisitazioni in chiave moderna di titoli classici?
“La cosa importante è fare sempre qualcosa di intelligente. Non sono contrario a chi cambia la scenografia o trasporta la storia di due secoli fa ai giorni nostri. Ho assistito a operazioni dove ad esempio i cambi d’epoca sono risultati pienamente riusciti e hanno addirittura reso un buon servizio all’opera lirica in quanto ne hanno evidenziato gli aspetti drammaturgici e favorito l’ascolto profondo della musica. Altre sono state invece frutto di barbarie. Non perché abbiano azzardato a priori cambi d’epoca, ma perché le scelte erano tutt’altro che felici. Così come ci sono lavori che rispettando pedissequamente l’ambientazione e il periodo storico sono orrendi lo stesso”.
Ha lavorato con Zeffirelli per anni: quali insegnamenti artistici e umani le ha lasciato?
“Era un uomo di una grande generosità e sensibilità. Faccio questo mestiere perché l’ho incontrato sul palcoscenico. Gli insegnamenti artistici sono stati tanti, ma quello attraverso cui mi piace ricordarlo di più, è la cura maniacale per i dettagli, anche nelle opere che prevedevano cinquecento persone sul palco”.
Aida chiude la stagione operistica proprio mentre il Lirico saluta l’arrivo del nuovo sovrintendente Andrea Cigni.
“Ci conosciamo da tanto tempo e abbiamo lavorato insieme: la prima volta a Modena più di trent’anni fa. Abbiamo fatto diverse cose, tra cui una Butterfly molto bella. Inoltre abbiamo coprodotto una Gioconda rappresentata qualche mese fa a Cagliari. Andrea, come me, ha fatto una lunga gavetta. Lo ritengo la persona giusta: giovane, di grandi propositi e con un approccio dinamico. Ha respirato per parecchio tempo la polvere del palcoscenico e questo gli dà una conoscenza e una competenza sui meccanismi teatrali molto importante”.










