La storia è davvero maestra di vita? Probabilmente Cicerone, che formulò questa celebre frase nel suo trattato ‘’De Oratore’’, vedendo il riacutizzarsi di atteggiamenti spiccatamente aggressivi e di profonda intolleranza verso il prossimo, tristemente caratterizzanti l’attualità, rischierebbe seriamente di elaborare un giudizio molto meno lusinghiero a riguardo. Un giudizio severo, pienamente a ragione, che emerge dalla nuova opera di Alberto Capitta, intitolata ‘’La pastora. Una fiaba di anime nere’’, pubblicata lo scorso aprile per la casa editrice Il Maestrale. Un’opera quella di Capitta che testimonia l’arguzia e il talento narrativo di una delle voci più autorevoli della letteratura sarda. Lo scrittore sassarese, classe 1954, in poco meno di cento pagine pone l’accento su quanto argomenti come il razzismo, il culto del potere smodato, la xenofobia, una malsana nostalgia verso il fascismo e il nazismo siano ancora terribilmente in voga e proprio per questo mette in guardia sui rischi che si possono correre avallando teorie malsane che, in passato, hanno portato a tragedie immani di cui non si sono mai rimarginate le ferite.
La protagonista dell’opera è una donna soprannominata la “pastora”, da cui il titolo dell’opera, dalle origini incerte. C’è chi suppone provenga dal Supramonte sardo, chi dall’Appennino calabro, chi invece ritiene sia originaria dell’Argimusco siciliano. È una donna inquietante, profondamente tormentata con una personalità che, pagina dopo pagina, si rivela estremamente complessa e difficilmente decifrabile. Il contesto è quello del ventunesimo secolo, il taglio dato alla narrazione è distopico in quanto l’autore delinea uno scenario di estrema difficoltà dettato dalla totale assenza della carne. Sarà proprio questa necessità a far sì che i cosiddetti ‘’piani alti della politica’’ la chiamino in Parlamento per risolvere la situazione di crisi e per prendere le redini del governo.
È un cambiamento che porterà la protagonista a mettersi a nudo, un cambiamento sconvolgente che mostra la sua vera essenza. Una essenza terribile. La sua è una personalità forte nell’accezione peggiore del termine, ha un’indole sanguinaria, al contempo è una donna profondamente malinconica, in perenne conflitto con se stessa, che prova ad adeguarsi a un contesto come quello della politica in cui non riesce a raccapezzarsi e verso cui prova un senso di ripulsa totale. Il suo mondo è quello dell’ovile, è quello della montagna, di una quiete che trova solamente quando pascola con il suo gregge e che non riesce a trovare in quelle aule che sente ostili di Montecitorio a Roma. Capitta si sofferma sul confronto tra realtà pastorale e realtà cittadina, quel tanto che basta per puntualizzare quanto i due contesti portino con sé un approccio quasi agli antipodi alla vita, per poi focalizzarsi su una delle pagine più tristi della storia italiana ovvero quella del ventennio fascista: per fare luce sugli eventi dell’epoca, lo scrittore delinea la figura del ‘’buon padre’’, un punto di riferimento esterno per la pastora, conosciuto durante l’adolescenza che per lei – priva di affetto e di punti di riferimento – diventerà una guida. Ebbene sì, una guida anche se insana e aggressiva, elementi questi che trasmetterà alla ragazza la quale scoprirà tramite la sua conoscenza di essere un’anima nera, amante della bestialità e della violenza.
Dall’opera emerge una preparazione storica e una documentazione importante: Capitta fa riferimento alla guerra di Etiopia, punzecchia tra le righe anche Indro Montanelli che prese parte tra giugno e dicembre del 1935 al conflitto sottolineando la totale inadeguatezza della scelta di dedicare tempo dopo al cronista una statua nella sua Milano pur essendo noto a tutti il suo matrimonio con una dodicenne del luogo che ‘’comprò’’ senza che nessuno lo impedisse, cita eventi di rilievo come l’alba della Moneda ovvero il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 che sancì l’inizio della dittatura in Cile di Augusto Pinochet e la fine del governo democraticamente eletto di Salvador Allende, non manca un accenno alle Fosse Ardeatine e al dittatore spagnolo Francisco Franco ribattezzato ‘’el caudillo’’ che Capitta mette alla berlina raffigurandolo grottescamente come una marionetta in preda alle proprie pulsioni sessuali. L’opera sa essere cruda, diretta, risoluta, l’autore sa come colpire senza però mai perdere il filo del discorso che vuole portare avanti, riesce a esagerare non discostandosi mai però dal rigore narrativo e da quella compostezza argomentativa che gli consentono di essere chiaro, conciso e graffiante in maniera del tutto personale.
Sette capitoli a cui si aggiunge una nota conclusiva, una prosa che si caratterizza per la sua cupezza e per un’eleganza frutto di un’esperienza solidissima alle spalle: ‘’La pastora’’ di Alberto Capitta è un’opera che va ben oltre le premesse iniziali e che suona come monito estremamente prezioso in modo tale da capire, se mai ci fosse ancora bisogno di ciò, che i fantasmi del passato purtroppo possono ripresentarsi. Leggerla è fondamentale per prevenire che questo accada e per prendere consapevolezza che, come affermava nella sua opera ‘’Educazione aperta’’ il celebre filosofo antifascista perugino Aldo Capitini il quale fu anche docente ordinario di pedagogia alla Facoltà di Cagliari, troppo spesso il potere, un potere enorme, è in mano a pochi, pochi che creano molteplici problemi non essendo in grado di amministrarlo a dovere. Al netto di ciò, ora più che mai, è fondamentale impegnarsi affinché si arrivi a una società di tutti, dove non si parli di ‘’diversità’’ in senso spregiativo bensì come occasione di arricchimento interiore di cui fare tesoro.










