Se si escludono i sei mesi che la dividono dal momento in cui è stata partorita a quello in cui è entrata in una piscina, si può dire che Yara Espis, Quartu Sant’Elena, classe 1999, da quando è stata concepita ha sempre vissuto immersa in un liquido: prima in quello amniotico, nella pancia di mamma, poi nell’acqua clorata e infine nel mare. Forse non è un caso che abbia conquistato un record mondiale di apnea. A soli 19 anni.
Yara, un semplice bagnetto a mamma e papà non andava bene?
Ahahah, sono entrata in acqua quando avevo sei mesi per un corso neonatale di avviamento all’acquaticità.
E non sei più uscita.
A quattro anni sono passata dalla vasca piccola a quella grande dove ti insegnano veramente a nuotare. Poi, a sei anni i bambini vengono ‘smistati’ tra le varie discipline: nuoto, nuoto sincronizzato, pallanuoto. Io ho nuotato, stile delfino e stile libero principalmente, 50 e 100 metri fino ai sedici anni.
Poi sei passata all’apnea.
Il mio avvicinamento all’apnea è stato molto filosofico. Mi piace sentire l’acqua in maniera armonica e con l’apnea si può, è diverso rispetto al nuoto.

Come hai scoperto il fascino che si prova a trattenere il fiato?
Quando avevo già deciso che avrei smesso con il nuoto un’amica, Michela Congiu, mi ha proposto di andare a seguire la presentazione di un corso di apnea, alla BlueWorld. Mi ha colpito molto perché non ero a conoscenza dell’esistenza dell’apnea come sport ma mi ritrovavo involontariamente a farla, quasi come un istinto spontaneo, inconscio.

In che senso?
Agli allenamenti di nuoto entravo in piscina sempre per prima e mi facevo una vasca, 25 metri, in subacquea, solo per il piacere di farla. Adoravo, e adoro, la sensazione che mi dava lo scorrere dell’acqua sul corpo, una carezza di blu.
Chi si è accorto del tuo talento?
Roberto Mattana ed Emanuele Mannu, istruttori Apnea Academy (la scuola del recordman Umberto Pelizzari, ndr), due dei fondatori della BlueWorld. Mi hanno spinto a credere in me, donandomi una marcia in più, aiutandomi con gli allenamenti e trasmettendomi tutta la loro passione. Ma tutti gli allenatori che ho avuto mi hanno dato qualcosa: Isabella Spiga, Maria Grazia Maurandi, Marco Casu, Alessio Giubilo e poi Riccardo Mura, che ora è in Nuova Zelanda nel team Luna Rossa per la Prada Cup. Tutti hanno messo un piolo nella scala su cui poi piano piano sono salita.
Ne hai saliti molti di pioli. Quando il primo risultato importante?
Credo i 130 metri in DNF (apnea dinamica senza attrezzi o rana subacquea, in piscina, ndr), nel 2017. Nessuno se lo aspettava quel risultato, è stata una cosa importante.

A solo un anno dal corso di apnea?
Sì. Poi nel 2018 ho fatto 160 metri, sempre in DNF. Ed è allora che mi hanno convocato in nazionale per partecipare ai miei primi campionati mondiali, quelli indoor a Lignano Sabbiadoro, a giugno.
Quanti anni avevi?
Diciotto.

Hai partecipato ad altri mondiali?
Sì a quelli di assetto costante, di profondità a Kaş, in Turchia, nel 2018
Il record quando è arrivato?
Il record è stato un anno dopo. Innanzi tutto bisogna dire che non era pianificato. È stata un’assoluta sorpresa, quando sono uscita dalla vasca non sapevo nemmeno che avessi fatto il record.
Racconta.
È stato a Torino, durante i campionati italiani primaverili di categoria, e io gareggiavo in quella massima, gli élite. Per partecipare a questa gara sono partita da sola, ma l’incoraggiamento virtuale della mia squadra è stato fortissimo, come sempre. Poco dopo la mia gara è venuto da me un altro apneista italiano, Angelo Sciacca, e mi ha detto: “Guarda che hai fatto il record del mondo!”
E tu?
Gli ho detto “guarda che ti sbagli!” In realtà aveva ragione lui.
Come ti sei sentita in quel momento?
Ero contentissima ma non ci credevo! Sono uscita dall’acqua felice perché sapevo di aver fatto una bella misura, una bella gara. Ero uscita tranquilla, lucida. Era una misura che quel giorno era pienamente nelle mie corde. Già senza sapere del record ero molto soddisfatta. Poi, quando l’ho saputo e i giudici me ne hanno dato la conferma non ci potevo credere.
Quanto hai fatto?
173,30 metri in 3’40”.
Quanto era il record precedente?
171 metri, di Alessia Zecchini. Per me è stato scioccante, perché ero la prima ad aver battuto questo suo record. Lei è fortissima.
Hai trattenuto il fiato per quasi quattro minuti in movimento, nuotando sott’acqua. Tutti ora ti chiederebbero: come fai?
Mi rendo conto che lo sport che pratico è forse l’unico che prevede l’interruzione di una delle funzioni base dell’organismo: il respiro. Non è naturale farlo per così tanto tempo, quindi da un punto di vista mentale va allenato. Accanto all’allenamento mentale c’è anche la preparazione fisica: una serie di tecniche per allenare i muscoli, il gesto atletico.
Basta questo?
L’apnea non è per superuomini o superdonne: è per tutti. Con l’apnea impari a conoscerti, a guardarti dentro. E più ti conosci, più ti “senti” e più impari ad aumentare il tempo senza respirare. Per la performance in realtà non so come si faccia, so quello che faccio io. Ognuno si crea un percorso mentale che permette di trascorrere quel tempo in maniera progressivamente più confortevole. Mi piace molto sentire le sensazioni fisiche dell’acqua, l’abbraccio dell’acqua. Quella è la cosa su cui mi soffermo di più.
Dopo il record a Torino cosa hai fatto?
A giugno 2019 ci sono stati gli europei indoor, a Istanbul. Poi sono stati annullati i campionati italiani outdoor, per cui la stagione è saltata e poi ho iniziato ad avere problemi con la gamba.

Cosa ti è successo?
Ho avuto un’occlusione dell’arteria poplitea della gamba destra: i muscoli non venivano più nutriti bene dal sangue e quindi avevo problemi non solo nella pratica sportiva ma nelle semplici attività quotidiane, come camminare. I medici mi hanno sempre detto che l’operazione a cui andavo incontro poteva non ridarmi un corpo “normale”. È stato un intervento invasivo, mi ha lasciato una cicatrice importante.
Anche dentro?
Diciamo di sì. Il senso della vita per me è avere un corpo da poter muovere. E per me muoverlo è fare sport.
È ancora aperta questa ferita?
Non ho ancora digerito del tutto ciò che è successo. Non riesco ancora a capire come mai sia successo a me. E in quei momenti mi piace ricordare una frase di Beatrice “Bebe” Vio: “se ogni giorno pensi ‘perché io?’ non andrai da nessuna parte. Non c’è una risposta. Succede e basta”. Piuttosto, la domanda è: “perché non io?”. Alcune cose vanno accettate per come sono. E bisogna andare avanti.
Dove sta andando Yara?
Per ora a Bologna, per studiare Scienze Motorie, ma ora sono tornata a Quartu per un po’ di tempo. A parte le battute, ho un po’ di cose che mi frullano per la testa. Sicuramente voglio rimettermi in gioco, spingere di nuovo e gareggiare.
Altri record?
Vedremo.
Poi?
Preferisco non sbilanciarmi, per scaramanzia. La mia età fa sì che debba passare il tempo a studiare. Per il resto mi piace vedere, scoprire il mondo. E la fotografia, magari la unisco alla passione per la subacquea.
L’amore?
Lasciamo perdere. Anzi scrivi che mi piace fare yoga, pilates.
Ancora sport?
Sì. E’ la mia principale fonte di soddisfazione.











Per me che adoro l’acqua è stato emozionante leggere la storia di Yara. Spero che motivi tante altre ragazze che fanno sport acquatici a metterci passione, dare il meglio e a non scoraggiarsi se in Sardegna non ci sono i mezzi e le strutture per diventare competitivi a livello nazionale o mondiale.