Per anni nella sua Argentina veniva chiamato “l’asesino del tango”. Paradossalmente, però, l’assassino del tango, accusato in patria dai puristi di snaturare e disperdere il patrimonio popolare dell’iconico genere, fu colui che al tango regalò una nuova vita, slegando la musica dal ballo ed elevandola a forma espressiva fine a se stessa, in grado di sostenere il peso di concerti dove la parte danzata era del tutto assente. Astor Piazzolla è stato uno dei grandi compositori del Novecento i cui brani continuano a fare il giro del mondo. Il 6 giugno alle 21 al Teatro Massimo di Cagliari approda per Sardegna Concerti Festival e Rassegne il Quinteto Astor Piazzolla, vincitore di due Latin Grammy Awards nel 2019 e 2023, formato da Nicolas Guerschberg, pianoforte, Serdar Geldymuradov al violino, Armando De La Vega alla chitarra elettrica, Daniel Falasca al basso e Pablo Mainetti al bandoneon.
Una serata da non perdere per quanti amano la musica di chi al tango regalò una nuova avventura, una nuova strada attraverso temi rimasti immortali come Invierno, Oblivion, Maria de Buenos Aires, Adiòs nonino, Balada para un loco, Libertango. “La mia musica? Dieci per cento di tango, novanta di classica contemporanea”, amava ripetere il rivoluzionario Astor, pur non ripudiando la storia della celebre danza sudamericana nata nei bassifondi di Buenos Aires mescolando la malinconia della milonga argentina con il metro ossessivo dell’habanera cubana.
Piazzolla si spinse oltre la tradizione giocando anche le sue carte colte, immergendosi nel contrappunto, estendendo l’interesse a timbri e strumenti colti, trafiggendo i propri tanghi con violente cesure timbriche, armoniche e ritmiche. E flirtando con il jazz. Ammaliato dalla fusione tra jazz e tango e dalle molteplici possibilità della grande orchestra di dare drammaticità e spessore ai suoi brani, lavorò con Gerry Mulligan e Lalo Schifrin percorrendo gli anni Cinquanta e Sessanta con i mitici Octeto Buenos Aires e Quinteto Buenos Aires, per poi planare negli anni Settanta nei varietà più popolari della tv italiana al fianco di Mina o come ospite. Anche se il maggiore contributo alle platee italiane, lo diede con lo spettacolo teatrale del 1985 El Tango che ebbe come protagonista Milva e per due anni riempi teatri e arene. A trentatré anni dalla scomparsa avvenuta a Buenos Aires per un ictus che lo costrinse all’immobilità (ancora oggi pochi sanno esattamente dove sia la sua tomba, dato che i familiari scelsero di seppellirlo in un cimitero fuori dalla città), Piazzolla rimane un artista globale che ha regalato al tango una nuova modernità affidando ai posteri un’eredità difficile.
Ma prima che il pubblico venga avvolto da ritmi mutanti e vibratili struggimenti, sorridenti melanconie, melodie estenuate e subite frante, che connotano i tanghi di Piazzolla, gli sguardi saranno puntati il 3 e 4 giugno sempre nella sala teatrale di via De Magistris, sulla Stevie Wonder Celebration, ottima tribute band inglese che ha calcato il palco della Royal Albert Hall e della Sydney Opera House, nell’Isola per l’organizzazione di Sardegna Concerti, Jazz in Sardegna, Jazzino.
Guidata dal cantante e tastierista Gavin Holligan, regalerà a partire dalle 21 un’immersione nel repertorio dell’immenso cantante e polistrumentista del Michigan e nel soul della gloriosa Motown, l’etichetta fondata da Berry Gordy alla fine degli anni Cinquanta a Detroit, che per decenni è stata un’inesauribile fabbrica di successi che portò la black music ai vertici delle classifiche pop, e una delle colonne portanti della musica nera. Anche se poi, a ben guardare, quella della Motown fu una soul music dall’anima bianca, creata per diventare, come recitava un suo slogan dell’epoca, “il suono dell’America giovane”, un incontro tra due culture diverse che finalmente trovarono un territorio comune.

Non è un caso, infatti, che fin dall’inizio della carriera, il pubblico di Wonder sia stato equamente diviso tra giovani bianchi e giovani neri, perché la lingua musicale dell’artista di Saginaw è sempre stata al tempo stesso afroamericana e universale, capace di scandagliare il rapporto tra cultura bianca e nera, sensazioni e sentimenti che possono e devono essere condivisi. Un linguaggio musicale pienamente in grado di assimilare di tutto, rhythm’n’blues, funk, reggae, rap, disco, surf, pop, country, rock, ragamuffin, musica africana, sfornando veri e propri capolavori sin dai primissimi anni Settanta come nel caso di Music on my mind. Talking book del ’72 (anno in cui tra l’altro andò in tournée con i Rolling Stones), Innervision del ’73, Fullfillingness’ First Finale del ’74 e Songs in the key of life del 1975 rimangono lavori fondamentali per comprendere lo sviluppo della musica afroamericana che deve non poco anche al genio di Stevie Wonder, capace di seguire costantemente con attenzione ogni rinnovamento, ogni sussulto della storia afroamericana, traducendolo in splendide canzoni: My cherie amour, Supertision, You are the sunshine of my life, Don’t you worry ‘bout a thing, I wish, Sir Duke, Master Blaster, Another star, Living for the city, Isn’t She Lovely, Send one yor love, Do I Do, I just called to say I Love you e tante altre. Il 20 e 21 giugno nell’ampia e rinnovata terrazza dell’InOut in viale Marconi alle 21.00 sarà di scena un’altra tribute band ufficiale pure questa inglese come quella di Wonder, ma stavolta per rendere omaggio al rock dei leggendari Creedence Clearwater Revival, il cui antologico Chronicle: The 20 Greatest Hits ha conquistato in maggio nelle charts di Billboard il decimo posto nella Top Album Sales, l’undicesimo nella Top Rock & Alternative Albums e il quarantasettesimo nella Top 50.










