A meno che non si viva ibernati in capsule del tempo non è possibile non accorgersi che i più giovani, la Gen – z per intenderci, ha una predilezione per i colori neutri, in particolare quelli che, per le generazioni precedenti erano considerati “da nonni” e che mai sarebbero comparsi nel guardaroba di un teenager. Oggi questa certezza è completamente ribaltata e, mentre colori e fantasie anche molto azzardate imperversano sugli abiti di uomini e donne di età più avanzata, la fascia 16/25 preferisce i toni tortora, beige, panna, guscio d’uovo, grigio chiaro o bianco. Perché? Se l’abbigliamento è una potente forma di comunicazione non verbale che rivela qualcosa della nostra personalità cosa ci stanno esattamente comunicando?
Negli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 le subculture giovanili contribuivano a creare un panorama più vario in termini di mode e contenuti ma oggi, relegate a delle nicchie – sempre più spesso virtuali e quindi meno rintracciabili nelle strade delle nostre città – o assorbite dal mainstream, hanno perso visibilità ed efficacia divenendo semplicemente immagini come tante altre da scorrere su un display.
Alla domanda “perché la Gen – z preferisce i colori neutri?” la rete restituisce risultati che possiamo sintetizzare con parole come praticità e comfort, eleganza semplice e pulita, trend dei social, distinzione dall’estetica degli adulti. Ma a noi questo non basta e abbiamo scavato più a fondo domandando a chi lavora nella moda, a una psicoterapeuta e ai ragazzi, naturalmente, se esistono ragioni più profonde dietro questa scelta.

“Con le persone che vedo per lavoro noto più una tendenza a seguire gli influencer, sia in ambito fashion che musicale – ci ha detto la psicoterapeuta Francesca Moroni – ma è anche dovuto al fatto che sono quelle le cose che poi trovano da acquistare, soprattutto online, in quei distributori enormi come Shein, senza badare alla qualità, spesso con la piena indifferenza dei genitori. I ragazzi hanno le carte di debito e le usano senza mediazione familiare, dovrebbe invece cambiare le modalità di responsabilizzazione da parte della famiglia. Vedo chi preferisce un abbigliamento più sportivo, chi le maglie di band musicali, e chi bermuda e t-shirt monocromatica per lo più bianca. Nelle ragazze stessa cosa col crop top e jeans a vita alta o bassa, ma non riscontro esattamente una scelta di colore neutro sistematica e non la assocerei comunque a un messaggio specifico o come indice di qualche difficoltà psicologica. In ogni caso noto che difendono tanto la loro appartenenza a un gruppo, se ne hanno uno, penso ad esempio a quelli che amano i manga e si circondano di loro simili, curando ogni dettaglio e seguendo quel tema. Certamente ci sono anche persone che preferiscono rimanere più anonime e operano questa scelta estetica, ma c’è sempre stato, non vedo differenze con le generazioni precedenti”.
Se secondo Moroni non ci sono particolari ragioni per adottare un abbigliamento che favorisca la mimesi all’interno della società e che la scelta sia frutto della facilità con cui questi abiti possono essere reperiti, la riflessione successiva ci offre una prospettiva diversa, fluida e più disincantata.
“Penso che in un contesto globale di grande confusione ed incertezza il trend diventi necessità – afferma Massimo Noli, designer e coordinatore accademico IED Cagliari – come in ogni fase storica la moda risponde con una sorta di volontà di ricerca di austerità. La pulizia di linee e assenze di particolarità identificative specifiche racconta spesso un passaggio. Pensiamo come riferimento storico il passaggio dalle libertà di forma e materiali d’abbigliamento degli anni ’20 alla rigidità e spigolosità delle forme nei ’40. Credo che in una sorta di overloading di informazioni visive e fruizione see and buy di micro trend si rimanga intrappolati in quella zona grigia o basica di colori non colori, quasi ad indentificare una generazione che non trova la sua rotta e la sua individualità, che non ha nemmeno i propri eroi in cui credere, che non trova nella contemporaneità che vive ideali in cui credere”.
L’ultima parola la lasciamo ai ragazzi, di cui spesso la nostra società propone una narrazione fallace o tremendamente di parte, in perenne confronto con ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.
“Non vedo dei ragionamenti su questo per quanto riguarda me e i miei amici – dice Davide Floris social media manager di 26 anni – secondo me è una conseguenza delle mode e soprattutto di TikTok, se noti nei video son tutti vestiti uguali con quei colori: grigio, tortora, bianco e un po’ di nero. Ma se fai un giro vedrai che cambia il negozio ma il mood è lo stesso, vengono proposte ovunque le stesse cose. Ora ad esempio vanno molto le camicie ma non usate col tono classico da camicia, più come fossero t-shirt, in modo informale. Per me è una questione di pigrizia, vado nei negozi e quello che mi piace compro. I colori neutri stanno bene con tutto e non mi incasino con abbinamenti strani. E poi è anche il lato economico, con cento euro posso prendere magari quattro cose da Zara o altri distributori generalisti. Ti accontenti e non ti stressi a cercare quel qualcosa in più. Se invece punto su marche più di qualità magari riesco a prendere una sola cosa. Almeno il 70% della popolazione giovane va incontro al fast fashion. Ma si tratta di spesa, pigrizia e del fatto che si trova solo roba così sia in giro che in rete, non ci vedo molti pensieri dietro”.










