Abbiamo smesso di andare al cinema e a teatro. Non passiamo in palestra da mesi, non ci avviciniamo al bancone di un bar dalla primavera. I concerti dal vivo solo seduti e lontani. Non festeggiamo compleanni, cerimonie, lauree, matrimoni, anniversari da tempo. Questo strano, schizofrenico, drammatico 2020 ci ha lasciato oggi 1 gennaio soli, a ripensare a quando si rideva o ci si commuoveva, vicini e insieme, davanti a uno spettacolo o a un bicchiere di vino.
Neanche un anno fa sui giornali si parlava di tutt’altro: la Brexit mancata, Salvini e le Sardine, i venti di guerra in Iran e Libia, le liti di Pd e 5Stelle, Sanremo e le frasi sessiste di Amadeus, e poi Ronaldo, il principe Harry che lascia la casa reale inglese, il film di Checco Zalone, i test spettacolari di Space X, il processo ad Harvey Weinstein e il movimento mee too.

Improvvisamente, nel giro di pochissime settimane, il mondo si è fermato: il 12 gennaio arriva dalla Cina la notizia della morte di un paziente affetto da una strana forma virale simile alla Sars. Il 23 gennaio la Commissione salute pubblica di Pechino conferma che il misterioso virus può trasmettersi tra le persone, mentre gli scienziati dell’Università americana Johns Hopkins, nel Maryland, creano una mappa aggiornata in tempo reale con i casi di tutto il mondo: il virus è un pallino rosso. Il 24 gennaio venti milioni di persone vengono messe in isolamento in Cina. Il contagio si diffonde in tutto il mondo e arriva anche in Italia, dove il 10 marzo viene imposto lo stop a tutte le attività educative, lavorative, culturali, sportive. Quel giorno abbiamo sentito la paura, abbiamo iniziato a immergerci in una realtà mai vissuta prima, quella dell’isolamento, delle restrizioni, delle chiusure. Una realtà che nei mesi ha mutato forma e sostanza ma ci tiene ancora lontano dalla socialità. Che ci ha restituito le attività necessarie e indifferibili, ma non ci ha ancora ridato indietro l’arte, la musica, il cinema, il teatro
Per quanto resisteremo? Non lo sappiamo.
La notizia buona è che tantissime realtà hanno tratto da questa incredibile condizione nuove energie per resistere. E così molti eventi si sono trasferiti su piattaforme on line, social network, web tv, accontentando i fruitori tradizionali e raggiungendone, allo stesso tempo, di nuovi. Altri hanno preferito, invece, rinunciare in attesa di tempi migliori: impossibile secondo alcuni riprodurre la stessa magia su uno schermo.

Diverse risposte allo stesso problema, medesimo è invece lo shock che il Covid-19 ha causato all’economia che ruota attorno alla cultura. Secondo il report Ocse il 90% dei musei nel mondo sono stati temporaneamente chiusi durante la crisi, il restante 10% potrebbe non riaprire più; milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno perso l’impiego, l’industria musicale ha subito gravi perdite dall’annullamento di concerti e vendite di merchandising e quella della moda ha perso le sue vetrine più importanti, le sfilate; il cinema ha dovuto interrompere la programmazione nelle sale e il conseguente ricavo dai botteghini, nel settore editoriale la vendita on line non ha colmato il calo delle vendite cartacee.
Cosa succederà in futuro è facile immaginarlo: meno soldi, meno capacità di investire in progetti nuovi, di mantenere gli standard di qualità, attrarre nuove risorse. E perdere i professionisti che lavorano nel settore: in tutto il mondo, Italia compresa, la metà delle persone impegnate nelle attività culturali sono lavoratori autonomi che spesso pur avendo alte specializzazioni non rientrano nelle misure di sostegno all’occupazione e al reddito pensate per i dipendenti. Uno scenario nerissimo, con offerta limitata e ridotta e lavoratori precari. Un mondo sempre più povero, non solo economicamente, ma di idee, emozioni, suggestioni.
Ma non possiamo arrenderci a un mondo così.
E dunque mettiamoli per iscritto i nostri buoni propositi: se a brevissimo non potremo andare al cinema, a teatro, a un concerto, pensiamo a come l’innovazione e la digitalizzazione potranno supportare la cultura con nuove forme di fruizione e interazione. La conoscenza accessibile a tutte e tutti, fino a ieri utopia pura, sarebbe finalmente una realtà. Se parliamo ancora di utopia, la creatività potrebbe essere nel momento della ripresa post crisi un motore di crescita, produzione di stimoli, prezioso strumento nel settore del benessere, dell’inclusione sociale, della salute, del turismo.
Sogni, utopie, che potrebbero nascere dalla crisi e guidarci verso un mondo nuovo più accogliente e ricco.
In attesa di tornare, finalmente, ad abbracciarci e danzare insieme.
(la foto di Federica Marrocu ritrae ballerini di tango sulla terrazza del Bastione, a Cagliari)










