“Nessuno chiede più alle persone come stanno. Peccato, ci si dimentica che siamo tutti esseri umani”. Nicola Lecca parla con tono disteso, seduto su un tavolino appartato del bar del T Hotel a Cagliari, in un mercoledì pomeriggio freddo e ventoso con cui si conclude il primo mese dell’anno. Sorride a una cameriera dai modi delicati e dolci, con gentilezza ordina un chinotto. Davanti a sé ha la sua nuova fatica letteraria, ‘’Scrittori al veleno. Mistero alle Cinque Terre’’, edita da Mondadori e pubblicata il 23 gennaio. Un’opera ricca di spunti di riflessione che presenterà giovedì 8 febbraio alle 18 al Teatro Massimo di Cagliari, in dialogo con la giornalista Alessandra Menesini e le letture a cura di Michela Atzeni, in occasione di ‘’Legger_ezza – promozione della lettura’’ progetto organizzato dal Cedac con la collaborazione della Libreria Edumondo. Centonovantotto pagine che affiorano le proprie radici nel genere giallo per andare ben al di là dei canoni letterari e delle etichette.
Sguardo curioso, maglione grigio scuro, pantaloni abbinati, scarpe nere a punta, occhiali con stanghette bianche e montatura nera: Lecca parla del suo romanzo con quella genuinità e quell’entusiasmo di chi conosce la fatica della scrittura e di chi sa che nulla è scontato. Dalle sue parole traspare un rapporto simbiotico con i suoi personaggi: li ha vissuti, li conosce dettagliatamente, sa i loro punti di forza e i loro punti deboli.
La protagonista è Antonina Pistuddi, scrittrice cagliaritana arguta e dal fisico esile prossima ai cinquant’anni, accusata di aver avvelenato e ucciso – il 15 novembre 2018 – durante il suo soggiorno a Manarola, una dei suggestivi borghi che costituiscono le Cinque Terre in Liguria, quattro sedicenti scrittori con una porzione di funghi velenosi da lei cucinati: i nomi delle vittime sono Alvaro Moret, influencer di grido che pur di apparire farebbe qualsiasi cosa, Lizzie Eden parlamentare inglese con un passato da escort, Arlanda Levin cantante svedese che non ha nemmeno letto una riga del romanzo confezionato per lei e Julien Corbusier poeta e modello tossicomane. La morte dei quattro avviene a Villa Solitudine, ovvero un centro di tutela della letteratura e della poesia situato in cima alla più alta scogliera di Manarola, in cui Antonina deve trascorrere 42 giorni grazie a una esigua borsa di studio di appena 1000 euro. Tra i punti salienti del libro spicca il confronto, l’11 gennaio del 2019, tra Antonina, autrice che ha toccato il picco del successo con ‘’L’Isola del rancore’’ per poi non replicare più quei risultati forse a causa di una intransigenza morale non in sintonia con i tempi, e la spregiudicata giornalista britannica Doris Coleman con cui dà vita a un serrato confronto televisivo trasmesso in diretta sulla BBC dal capoluogo sardo nel salone della biblioteca di Palazzo Viceregio. Rapportare le due donne porta immediatamente a rendersi conto delle profonde differenze esistenti, che emergono dal loro modo di esporre i propri pensieri e che rende impossibile un punto di incontro: Doris Coleman cerca di giocare d’astuzia e di fare confessare in tutti i modi Antonina che, d’altra parte, con ironia, garbo e sagacia non cede alle provocazioni facendo innervosire una personalità eccessivamente sicura di sé come quella di Doris che, suo malgrado, dovrà tornare sui suoi passi.
Fluidità, brillantezza e sarcasmo sono i capisaldi di un libro, le cui vicende si svolgono tra Cagliari, l’Hotel Excelsior di Venezia e l’Hotel de Crillon di Parigi, che affronta un ventaglio di argomenti ampio: si va dagli effetti negativi causati dai social network, alla crisi della letteratura e dell’editoria, al desiderio di apparire a tutti i costi, passando per il complesso rapporto tra genitori e figli, all’importanza della salvaguardia delle piccole librerie indipendenti sino alle conseguenze – a tratti letali – dell’eccessiva libertà che caratterizza il web. Le definizioni per descrivere questo nuovo tassello del percorso di uno degli scrittori più talentuosi ed eclettici del panorama nostrano come Nicola Lecca non basterebbero e, probabilmente, sarebbero superflue: basti sapere che chi leggerà l’opera potrà al contempo sorridere e riflettere, volgendo lo sguardo al passato e al futuro senza mai scordarsi del presente, con la consapevolezza che – come affermato da un fuoriclasse del calibro di Jorge Luis Borges – le letteratura non è altro che un sogno guidato. Un sogno che vale la pena godersi attimo per attimo.
Al 1999 risale il tuo esordio ‘’Concerti senza orchestra’’ con il quale sei stato finalista al Premio Strega. Sono già trascorsi 25 anni.
Proprio così, non sembra vero: e con il tempo si fa presto ad abituarsi anche alle cose più straordinarie, anche all’uscita di un nuovo romanzo. A parte questo, oggi come allora, il mio cammino è sempre in divenire.
Nel tuo libro rifletti sul valore delle parole. Che ruolo hanno per te?
Un ruolo fondamentale, i miei maestri, Sergio Maldini e Mario Rigoni Stern, mi hanno insegnato che l’esattezza e la precisione sono due qualità fondamentali. Le parole vanno usate con molta attenzione, perché ogni parola ha un significato specifico. Insomma: non mi accontento mai di una parola che vada bene, scelgo sempre quella giusta.
La protagonista Antonina, mentre dialoga con la giornalista Doris Coleman, si esprime, ogni tanto, anche in sardo. Che opinione hai sulla lingua sarda?
È la prima volta che inserisco in un mio romanzo parole e frasi in sardo, e mi è stato prezioso l’ausilio dei professori Giuseppe Marci e Duilio Caocci. Il sardo è una lingua misteriosa e affascinante, la cui tutela e valorizzazione sono fondamentali. Purtroppo, non è compresa dagli italiani e troppo spesso, erroneamente, viene definita un dialetto, quando sappiamo bene che non è così.
Nell’opera ti soffermi sulla figura degli influencer: che opinione hai su di loro?
È difficile esprimere un parere univoco su una categoria che presenta molte differenze, probabilmente sarebbe più opportuno soffermarsi su ogni singolo caso.
In che condizioni si trova la letteratura?
Forse la letteratura è in via di estinzione.
Perché?
Perché ormai si definiscono poeti e scrittori persone che, in realtà, non lo sono ma che, in compenso, portano agli editori buoni guadagni grazie alle copie vendute frutto della loro visibilità che nulla c’entra con i meriti letterari.
Per te come deve essere la letteratura?
La letteratura deve essere autentica. Quando scrivi non puoi essere vago, devi essere un chirurgo della parola. È un po’ come padroneggiare un bisturi.
Cosa caratterizza la letteratura sarda rispetto alle altre?
L’isolamento che ha garantito la sua autenticità. Un isolamento che negli ultimi vent’anni è venuto meno, facendo sì che anche questa autenticità andasse a scemare.
Ti capita ancora di scrivere a mano?
Ho scritto tutti i miei libri a mano, ad eccezione di “Scrittori al veleno”, frutto di una creatività talmente intensa che la prima bozza del libro era già pronta in quattro settimane. Scrivere a penna è più diretto, il flusso di coscienza è naturale, non ci sono interruzioni come quando si usa la tastiera di un computer.
Cosa rappresenta Antonina per gli altri quattro personaggi?
Uno specchio in cui sono costretti a guardarsi. Un confronto schiacciante. Lei è il metro di paragone che a loro mancava.
La pericolosità dei social è un tema ricorrente nel libro: c’è un modo per sfuggire alle dinamiche deleterie dettate da un loro uso poco attento?
I social insidiano tanto i giovanissimi quanto gli adulti. Spesso gli stessi genitori non sono preparati per spiegare ai propri figli i rischi in cui possono incappare. Viviamo in una società in cui si diffonde sempre di più la nuova patologia psichiatrica “Fomo” acronimo per ‘’Fear of Missing out’’, ovvero lasciarsi governare dalla paura di perdere un’occasione se non si vive costantemente connessi ai social. Senza contare che basta guardarsi attorno per accorgersi di essere circondati dai cosiddetti ‘’bella vita’’: persone che, sui loro profili social, sbandierano un’esistenza magnifica che, però, è solo una finzione.
Una realtà non facile sotto gli occhi di tutti.
Proprio così, basta pensare che le librerie chiudono e, al loro posto, aprono le parafarmacie dove le persone comprano integratori di ogni tipo per lenire le proprie sofferenze. Fa riflettere: forse stare otto ore al giorno davanti a un cellulare o al pc non è proprio un bene per l’anima.










