Si racconta che nella Pompei romana, fuori dai lupanari, capeggiasse spesso la scritta “Hic Habitat Felicitas“, réclame allettante e illusoria utilizzata per attirare la clientela dalle donne che all’epoca esercitavano quella che oggi viene ancora comunemente definita la più antica professione del mondo. Lungi dall’essere ambienti da favola o eleganti case di tolleranza come quelle di Parigi e Vienna, i bordelli della Cagliari post unitaria erano solitamente delle squallide stamberghe che odoravano di talco e lisoformio. Situati in periodi differenti in diverse zone della città, sono passati alla storia quelli dell’antica Via dei Biscottai in Castello e quelli di Via Santa Margherita in Stampace, malfamato budello e covo della malavita locale, dove si sono consumate le tristi esistenze di decine di ragazze, travolte, loro malgrado, da un turbine di miseria, ignoranza, malattie, inenarrabile violenza e disagio sociale che hanno caratterizzato il lato oscuro di una città allora in rapido cambiamento.
Sfacciate e senza ritegno si mostravano con l’abito a mezza gamba alla finestre di Via Corte d’Appello, via Stretta e per le altre stradine del quartiere di Castello a Cagliari. Verso il tramonto ancora più audaci le “allegre ragazze”, come venivano gentilmente apostrofate allora, osavano scendere in strada e senza alcun contegno arrivavano a baciare i clienti prima di congedarli. Troppo scandalose per la benpensante borghesia cittadina che faceva pressioni presso le autorità affinché fossero trasferite altrove, richieste quasi sempre disattese o che quando venivano assecondate, come nel 1892, quando le meretrici occuparono le grotte cittadine e una vera casa chiusa sotto il Bastione di Santa Croce, nella viuzza di Santa Margherita o ancora ai primi del Novecento nella via San Giorgio, causavano le lamentele a mezzo stampa degli abitanti di Stampace che si lagnavano delle “tortorelle che cola’ avevano fatto il loro nido” e delle “disgustose scene insozzate di lurido turpiloquio e di atti che offendono la decenza”. All'”indecente spettacolo” si aggiungevano frequentemente i poco edificanti siparietti che coinvolgevano prostitute, tenutarie, protettori, agenti di polizia e una variegata clientela composta perlopiù da marinai, soldati, operai, studenti, impiegati e popolani avvinazzati; episodi che colpirono anche Grazia Deledda durante il suo soggiorno cittadino nel 1899 e che finirono in passo del suo romanzo ‘Cenere’ del 1903. Fatti che spesso sfociavano in atti di inconsueta violenza e avevano il tragico epilogo con la morte di qualche giovane donna.
Ma chi erano le protagoniste del mercato del sesso della Cagliari della seconda metà dell’Ottocento? Un interessante quadro del mondo del vizio è stato delineato nell’eloquente volume ‘Venditrici di sesso nella Sardegna dell’Ottocento’ scritto da Adriana Gallistru e pubblicato nel 1997. Dalle pagine di questo lavoro emergono i dati sulla loro provenienza e sulla loro origine sociale. Oltre le cagliaritane, gran parte arrivavano dai centri dell’entroterra sardo. Quasi sempre ex domestiche, lavandaie, cameriere di estrazione contadina, talvolta ancora minorenni, soventemente analfabete, che hanno perduto il lavoro e non sanno come tirare a campare. Spesso sono orfane o giovani vedove che fanno la “vita” per sfuggire alla miseria. Altre invece arrivano dalla penisola, da Veneto, Piemonte, Lombardia e Romagna; o anche dall’estero, da Corsica, Svizzera e Ungheria.

“La solitudine, la miseria, cui seguiva a ruota l’ignoranza, erano le molle che inducevano a prendere decisioni lontane dal buonsenso comune – scrive Gallistru. – Riunite o meno per necessità o per forza nei quartieri poveri o malfamati delle città, dove le taverne spandevano i loro vapori e le case di prostituzione i loro schiamazzi, questo contingente di donne provocava disordini e problemi a non finire. Situazione non nuova e nota in ogni tempo e luogo”.
Anche la mappatura delle case di tolleranza nella Cagliari della Belle époque è sintomatica dell’evoluzione urbana di una città che cessa di essere una piazzaforte militare e lentamente sposta il centro del potere, dell’economia e degli affari dal Castello al mare. Se in epoca spagnola e sabauda le meretrici esercitavano la loro professione nella via dei Biscottai e nel vico delle Anime nella parte alta della città, nel periodo post unitario si verifica un diffondersi delle case di tolleranza sia in altre zone di Castello: via Università, via Stretta, via Santa Croce, via Canelles, via Corte d’Appello, via Lamarmora e nella contrada di Santa Caterina; sia a Stampace, oltre le già menzionate via santa Margherita e via San Giorgio, nel Largo Carlo Felice e in via San Guglielmo; alla Marina in via Preti e in via Darsena e persino a Villanova con un postribolo in via San Domenico. A queste esercenti ufficiali e sottoposte a periodici controlli per motivi sanitari, in un’epoca dove dilagavano sifilide e gonorrea, si devono aggiungere quelle che praticavano la professione in maniera clandestina, per strada, nelle grotte di Sant’Avendrace e Bonaria o nelle osterie.
A far gli affari, come sottolinea Giancarlo Cau in ‘Tappi, capperi e abiti fatti. L’avventurosa ascesa di una città commerciale – Cagliari 1886 1910’ sono anche in questo settore i forestieri. Affari che con l’avvento del nuovo secolo e con particolare riguardo ai periodi a ridosso degli eventi bellici che richiamano in città orde di militari, ingrossano le tasche di tenutarie, sfruttatori e protettori. Con l’arrivo del fascismo si ha un leggero miglioramento di alcune case ma la condizione delle prostitute rimane pressoché identica. A partire dal primo dopoguerra la clientela del sesso a pagamento cagliaritano si divide fra il bordello di via Santa Margherita gestito da Eleonora Rosina, quello della Marina, fra la via Sant’Eulalia e la via Sardegna di Zia Peppina, quello di Gina in via Arquer, il Faro Rosso di via Tagliamento, che ebbe vita breve per l’insorgere degli abitanti di Sant’Avendrace guidati dal parroco e il Patam, quello più distinto, gestito da Liliana e Mara in un villino nell’allora estrema periferia di via Pergolesi che farà affari anche nel periodo post bellico con i soldati alleati in “concorrenza” con la diffusione della prostituzione occasionale, quella della fame, da parte di donne non professioniste che si concedono ai militari in cambio di qualcosa da mangiare.
Sarà la legge Merlin del 20 settembre 1958 a far calare il sipario sulle case di tolleranza legalizzate e il mercato del sesso prenderà altre vie, si diffonderà nelle strade e nelle case private, dove continueranno i fenomeni di violenza, sfruttamento e disagio.
Cosa ci rimane dalla storia della prostituzione cittadina? Senza il prezioso lavoro di ricercatori come Adriana Gallistru, Carlo Pillai e Antonio Pibiri, avremmo poco o nulla e ci rimarrebbe soltanto la labile memoria adatta agli amanti del pettegolezzo malizioso. Questi studi ci hanno restituito dati, nomi, avvenimenti che nella loro fredda rigidità ci raccontano una delle tanti parti oscure della storia cittadina che dietro al candore del bastione e del palazzo municipale, imponenti simboli della città en marche di Ottone Bacaredda, nascondeva storie di miseria e violenza. Abbiamo voluto approfondire le vicende personali di queste donne condannate a morire giovani per le malattie, a subire la violenza del bruto di turno che per lo stupro di una prostituta aveva diritto a diverse attenuanti, a sottostare al ricatto di tenutarie e poliziotti o a cadere sotto la mano di qualche assassino. Queste donne hanno i nomi di Cecilia Kriber, Filomena Ecca, Priama Pilloni, Amelia Silvestri ed Ermelinda Palazzi. Le loro storie fanno parte della scomoda memoria di Cagliari e prima o poi ve le racconteremo.










