Joshua Redman è da anni uno dei sassofonisti di riferimento del jazz contemporaneo. A Cagliari arriva il 4 novembre alle 21 al Teatro Massimo per chiudere l’European Jazz Expo organizzato da Jazz in Sardegna, ritornato quest’anno a buoni livelli. Il tenorista californiano non è mai approdato nel capoluogo sardo: per questo la sua esibizione rappresenta una ghiotta occasione per quanti non hanno mai avuto la possibilità di ascoltarlo da altre parti. Ma anche naturalmente per coloro che ne seguono il percorso da oltre un ventennio, da quando negli anni Novanta si impose come uno dei musicisti più talentuosi di quel periodo. Sul palco della sala di via De Magistris è atteso con il materiale del nuovo lavoro “Where are we” che segna l’ingresso nella Blue Note, nonché il primo capitolo discografico incentrato sulla canzone: tredici temi in cui vocalità e jazz d’annata si mescolano e si confondono, e dove inoltre non mancano gemme rock come nel caso della springsteeniana “Streets of Philadelphia”. Nel disco compaiono i nomi di solisti del calibro di Aaron Parks, Joe Sanders, Brian Blade, Nicholas Payton, Kurt Rosenwinkel e altri ancora. Mentre dal vivo invece la formazione è un’altra: a parte la cantante Gabrielle Cavassa, voce limpida e seducente, pure lei californiana, ci sono Paul Cornish al pianofore, Philip Norris al contrabbasso e Nazir Ebo alla batteria.
Prima del concerto, alle 19 nella sala M2, è previsto l’appuntamento dal titolo “Italia-Senegal, Emigrazione al contrario”, riflessione sull’Italia in crisi economica e sul significato più profondo del senso di appartenenza-casa. Sul palco, in un viaggio tra testimonianze fotografiche, immagini, parole e musica, Livia Grossi, giornalista del Corriere della Sera, ideatrice del progetto, in compagnia di Emiliano Boga, foto e video, Andrea Labanca, chitarra acustica e programmi per iPad, Mamadou Mbengue, mediatore culturale.
“Era da tempo che pensavo di fare un disco con una cantante, ma sono sempre impegnato in tanti progetti e non avevo in mente a quale genere di voce affidare le mie idee”, spiega Redman: “E’ stato il mio manager a farmela scoprire, e anche lui l’ha scoperta per caso durante un concerto a New Orleans. Dopo averla ascoltata ho deciso che doveva essere l’interprete dei brani che avevo in mente. Sono rimasto folgorato dalla sua voce, dall’espressione, dall’anima e dall’unicità del suo timbro. Abbiamo iniziato con l’idea di fare canzoni sui luoghi dell’America come un modo per aiutarci a restringere le scelte del nostro repertorio. Non pensavamo necessariamente che il concept sarebbe durato fino alla realizzazione della musica e alla registrazione dell’album. Ma così è stato. E alla fine, anche se l’aspetto più importante della musica è ovviamente la musica stessa, penso che siamo riusciti a esplorare alcune idee, trasmettere alcune emozioni e anche porre alcune domande sul Paese e sul mondo in cui viviamo: quali sono le nostre speranze, i nostri miti, i nostri amori e i nostri sogni e come questi potrebbero convergere o divergere con le realtà reali delle nostre esperienze vissute”.
Il disco è un viaggio negli Stati Uniti, paese che oggi si affaccia su più teatri di guerra.
“E questo preoccupa moltissimo il popolo americano e non solo. Al confitto tra Russia e Ucraina, si è aggiunto quello cruento di queste settimane tra palestinesi e israeliani. Il rischio che tutti temono è che questa nuova guerra porti a qualcosa di più spaventoso che non potrà essere controllato”.
In generale il jazz sembra aver perso la carica rivoluzionaria di un tempo, la capacità di farsi portatore di istanze politiche e problematiche sociali.
“Il jazz è libertà assoluta, musicale e di contenuti. Il brano che apre il disco si intitola ‘After Minneapolis’, dove c’è un richiamo a ‘This Land is your Land’ di Woody Guthrie. L’ho scritta cinque giorni dopo l’omicidio di George Floyd. Un modo per esprimere il mio pensiero su certe cose”.
Suo padre Dewey Redman, grande sassofonista, non è stato molto presente nella sua crescita, visto che era sempre in giro a suonare.
“Mi ha allevato mia madre, che era anche una danzatrice, ma naturalmente mi manca molto. Anche se non sono cresciuto con lui sono cresciuto con la sua musica. È una delle mie più grandi influenze, in generale e in particolare sul sassofono. Sono stato fortunato ad avere la possibilità di affiancarlo nella sua band per due anni, dopo essermi trasferito a New York nel 1991. È stato un modo incredibile di fare apprendistato al fianco di un maestro musicista e anche di conoscere mio padre. Ho imparato tantissimo da lui: la lista è infinita. Però più di ogni altra cosa ho imparato a conoscere il potere, l’importanza e il primato del suono, e anche la profondità, il calore, l’intensità, la malinconia e la trascendenza dell’espressione blues”.
Dove cerca o dove trova l’ispirazione?
“Ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte. Tutto ciò che ho imparato, sperimentato, visto o sentito, in qualche modo trova la sua strada in quello che faccio”.
C’è qualcuno a cui deve dire grazie in maniera particolare?
“Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno sempre fatto parte della mia vita e che mi hanno permesso di far parte della loro. In particolare, vorrei ringraziare tutti i musicisti che mi hanno insegnato, ispirato, trasportato e trasformato in tutti questi anni. Quelli con cui ho avuto il grande onore di aver suonato, e anche quelli con cui non ho mai suonato, mai incontrato ma che ho ascoltato, studiato e idolatrato attraverso tutte le straordinarie registrazioni e performance che ci hanno regalato”.










