Movimento continuo e circolarità sono i concetti che meglio riassumono ‘Motus’, la mostra di arte contemporanea che animerà la sala archi del Lazzaretto di Cagliari fino al 17 settembre. L’esposizione, organizzata dalla Cooperativa Sant’Elia 2003 con il patrocinio del Comune di Cagliari, nasce dalla collaborazione con la Fondazione per l’arte Bartoli Felter, sempre attenta ai giovani talenti e alle espressioni artistiche sperimentali più all’avanguardia.
‘Motus’ è una collettiva di opere della Fondazione raccolte in 20 anni di collezionismo e coinvolge 50 artisti, tra cui molti sardi ma anche esponenti del panorama nazionale e internazionale. Una parte di queste opere, selezionate da Alessandra Menesini, curatrice della mostra, permeano la sala bianca del Lazzaretto di tinte e significati capaci di smuovere qualcosa negli osservatori: un connubio di tecniche e materiali tra cui “le pietre leggerissime, i passaporti inutili, i tessuti che si fanno muri, i nidi di cemento, la carta ricamata” come dice la curatrice nella nota . Il colore diventa un elemento espressivo importante in un’epoca di bianco e nero a tutti i costi e l’uso che se ne fa è un richiamo chiaro e forte alla pop art. Ogni artista, come ben visibile, utilizza e plasma tutti questi elementi a suo piacimento, creando nuovi linguaggi e luoghi, tanto fisici che virtuali, che regalano allo spettatore un momento di evasione. I pezzi rivelano gli sguardi degli artisti, fortemente individuali, in sintonia o in contrasto tra loro. Il fil rouge di questi molteplici punti di vista è la funzione dell’arte all’interno della società, come mezzo che incentiva la riflessione sulle emozioni e i temi più comuni e attuali tra cui l’osservazione della natura, l’immigrazione, le città e , più in generale, la società contemporanea. Il risultato è una visione che tutto include, una visione scorrevole e continua: da qui il Motus, il movimento continuo, che dà il titolo all’esposizione. Un concetto che vuole sottolineare la ripetitività delle tematiche che, a prescindere dall’epoca di realizzazione dell’opera, si ripresentano negli anni con un atteggiamento nuovo, molto più etico e improntato al recupero dei materiali.
Artisti sardi: alcune visioni
Tra le opere esposte, ‘Sentimental’ di Ruben Montini, l’artista oristanese noto per l’uso del corpo come medium principale della sua arte e che si cimenta, inoltre, nell’uso dei tessuti: un motivo ricamato a punto e croce su carta, da cui scendono dei fili aggrovigliati tra loro. Una goccia di sangue, nella parte inferiore, è l’unico elemento che richiama il corpo. In ‘Dopo la carica del carillon il trenino vi porterà a rivedere i luoghi più belli della vostra infanzia’, Lino Fois gioca sul ricordo, servendosi di oggetti di un’infanzia d’altri tempi: un seggiolone in legno a cui è attaccato un trenino in miniatura e su cui, pertanto, è impossibile sedersi. ‘Etnico’ dell’artista cagliaritano Andrea Pili riflette sul tema dell’immigrazione: alcuni capi di abbigliamento, dai colori e dalle fantasie vivaci, lontani dalla consueta moda occidentale, sono appesi a un filo. Ormai inutilizzabili perché irrigiditi dalla colla, i capi sembrano quasi evocare un’ apparente allegria. In realtà, l’opera cela un significato molto più amaro: le difficoltà e gli ostacoli su cui si imbattono quelli che arrivano da lontano. All’interno della sala, inoltre, si staglia la sagoma di un’orsa: si tratta di ‘JJ4’, l’opera di Marco Pautasso, un chiaro riferimento all’orsa del monte Peller che uccise Andrea Papi, episodio che scatenò un acceso dibattito sul suo possibile abbattimento, finalmente respinto. Tra le altre, infine, l’allestimento comprende anche ‘Like it?’ della giovanissima Paola Pinna, dove arte, innovazione e digitale si incontrano.










