Da sempre la donna ha incarnato messaggi ambivalenti, fin dal giardino dell’Eden: santa e peccatrice, devota e trasgressiva. Nel tempo questa duplicità è divenuta quasi indissolubile dalla femminilità stessa. Lo racconta molto bene Fabrizio Casu, 43 anni, nato a Sassari e poi di istanza a Milano dove alla Naba si è laureato conseguendo il titolo di “esperto e creativo del settore moda”. Il suo libro “Femme Fatale – incanto e crisi della civiltà borghese”, uscito per VJ Edizioni, descrive molto bene la parabola della donna e il suo ruolo nella società.
Con il cambiare dei secoli anche il pensiero comune e i costumi modificano la percezione della donna non solo nella vita reale ma anche nelle arti, nel dibattito filosofico e scientifico e Casu ripercorre questo lungo iter che attraversa il tempo manifestando tutte le criticità, i timori, i desideri e le ipocrisie di un’umanità diretta verso il collasso. Con l’affermarsi della borghesia, nata in contrapposizione all’aristocrazia immobile, si consolidano anche nuove regole sociali e nuovi strumenti. La tecnologia e il progresso avanzano lasciando indietro le masse e questo fa si che nascano fastidi e contrasti che sfoceranno ad esempio nella teorizzazione della supremazia dell’uomo bianco centro occidentale, si apre la porta al razzismo e da qui all’eugenetica che saranno le colonne portanti del terzo.
La mancata uguaglianza sociale e la lotta che ne deriva lasciano campo libero anche al trionfo dell’irrazionalità con il proliferare di circoli dediti all’occulto, al satanismo e alla magia. Nasce la società dei consumi che sfoga la tensione in eccessi estetici, nei bordelli, nelle droghe e nell’alcol. In tutto questo la donna assume un ruolo egemone nella produzione artistica e nella vita mondana: nasce la diva che mantiene le distanze, dea irraggiungibile e spregiudicata. Si afferma un edonismo per certi versi tenebroso, raccontato in musica, quadri, poesie e romanzi. Fino quasi ai giorni nostri Femme Fatale, Vamp e Dark ladies hanno dominato le cronache mondane con personaggi emblematici come la marchesa Luisa Casati, l’attrice Theda Bara, la spia Mata Hari. Un universo femminile complesso e dagli esiti spesso drammatici è ciò che le pagine di questa narrazione ricca di riferimenti e citazioni ci propongono.

Dal tuo lavoro emerge l’ambivalenza della donna, dispensatrice di vita ma anche causa di rovina e morte. Quando nasce questo inquadramento?
“Femme fatale”, più che un lavoro sull’ambivalenza intrinseca della donna, è un lavoro sulla percezione del Femminile da parte dell’Uomo: è questa percezione ad essere, da sempre, ambivalente perché si nutre tanto della ginolatria quanto della ginecofobia. Indubbiamente però tale dualismo si rafforza durante il XIX secolo con l’avvento della borghesia al potere: questo ceto, ormai divenuto egemone anche dal punto di vista etico e culturale, mostra infatti una spiccata fobia nei confronti dell’Alterità che si riverbera inevitabilmente nel rapporto fra i due sessi. L’uomo borghese attribuisce arbitrariamente a sé medesimo lo spazio pubblico, la vita produttiva e la gestione degli affari mentre relega la donna nella sfera privata, nella vita riproduttiva e nella cura degli affetti; per giunta, in quanto parte attiva e dominante, egli si concede, grazie all’ipocrisia omertosa del consorzio sociale, una sessualità più libera ed assertiva (rapporti prematrimoniali ed extraconiugali) mentre alla donna chiede di attenersi scrupolosamente alle regole morali apparentemente valide per ambo i sessi (la purezza e la fedeltà in primis). La donna è quindi apprezzata solo nella dimensione domestica e “passiva” ma, qualora provi a rivendicare una qualsiasi forma di agency, viene condannata senza possibilità d’appello ed esclusa dalla comunità: in questo scenario (smaccatamente patriarcale e manicheo), se da una parte si sviluppa la narrazione idealizzata del Femminile come “angelo del focolare”, dall’altra non può che sorgere per reazione un idolo di perversione che prende appunto il nome di “femme fatale”; questo tipo di costruzione culturale esalta il fascino muliebre per poi deumanizzarlo e demonizzarlo. A cosa corrisponde dunque nella realtà una figura così innaturale e artificiosa? Essenzialmente a tutte quelle donne che osano rigettare i ruoli tradizionali (figlia-moglie-madre) e sfidano, in modo chiaro ed inequivocabile, la legge dell’Uomo.
Quando la borghesia ha scalzato i suoi valori originari di innovazione per trincerarsi dietro un conservatorismo morale, la reazione a questa nuova divisione in caste è l‘insinuarsi del gusto per la decadenza e per gli eccessi. Qui la donna gioca un ruolo importante.
Nella spirale decadente che caratterizza la seconda metà dell’Ottocento, la donna rappresenta la Natura che vuole annullare l’azione dell’uomo sulla Terra (e riaffermare la sua centralità nello spazio e nel tempo); incarna il Caos e l’Irrazionalità contro cui deve combattere il Positivismo; simboleggia l’Istinto e l’Inconscio che minacciano l’Ordine borghese… e ovviamente, per dirla alla maniera di Nietzsche, esemplifica la dirompente riscossa dello spirito dionisiaco contro le idealizzazioni dello spirito apollineo.
Pericolosa, portatrice del germe del caos, atavicamente dominante, rischiosamente sovversiva di ruoli che la vogliono succube al maschio nel tempo la donna afferma il suo potere. Penso alle dive del teatro poi del cinema. Cosa è cambiato?
Lo star system, prima teatrale e poi cinematografico, sicuramente trasforma la femme fatale da tema culturale elitario (riservato appunto ad un circuito borghese-aristocratico-intellettuale) in fenomeno pop (capace di monopolizzare l’immaginario collettivo): la vamp, la diva e la dark lady (tutte discendenti dalla femme fatale artistico-letteraria) usano il glamour per arrivare ad un pubblico enorme ed eterogeneo ma, allo stesso tempo, il grande schermo sarà propedeutico ad un’ ulteriore conquista della femme fatale contemporanea: il trionfo di questa figura conturbante/accattivante nei mercati della Moda e della Pop Music.
Opulenza e decadenza. La marchesa Casati e Venezia sono forse gli emblemi più fulgidi di un’epoca al tramonto?
Venezia e la Casati sono entrambe due straordinarie allegorie dell’Effimero e sicuramente sono icone immarcescibili della Belle Époque, il canto del cigno della civiltà borghese (arrestato brutalmente dallo scoppio della Grande Guerra): Venezia è città d’acqua, di specchi e di maschere (quindi un luogo deputato al culto del Narcisismo, del Travestimento e dell’Edonismo)… La marchesa Casati è invece un personaggio che, voltando le spalle al suo background di rispettabilità, decide di riassumere in sé il connubio dannunziano Vita/Arte (acquisisce infatti sembianze claunesche, trasforma la sua esistenza in una continua performance, diventa contemporaneamente Musa e Mecenate dell’ingegno altrui).
Hai dedicato un capitolo al matriarcato in Sardegna e alle figure fantastiche che soggiogano gli uomini. Quanto c’è di fantasia e quanto di realtà?
Anche in Sardegna, come nel resto dell’Occidente, la figura della femme fatale nasce da un mix di ginolatria e ginecofobia (pensiamo al culto della Dea Madre), si struttura attraverso la tradizione orale ed il folclore (pensiamo a sa surbile, sa coga, alle janas…) e, proprio durante il Novecento, si afferma come prodotto culturale ricorsivo e di grande rilievo (attraverso la pittura di Giuseppe Biasi, i romanzi di Grazia Deledda, le ceramiche dei fratelli Melis, etc.). Questo tema riflette sicuramente la centralità della figura femminile nella civiltà agropastorale sarda (la donna è infatti mere de domo: amministra il patrimonio, sovrintende all’educazione della prole, cura le relazioni fra la famiglia e la comunità) ma allo stesso tempo ne evidenzia un “lato oscuro”: la donna è infatti anche polizadora (strega-veggente), accabadora (colei che si assume il compito di concedere la morte ai malati gravi)… e, attraverso l’attitu (il canto funebre), può persino fomentare le faide fra i nuclei familiari ostili (specialmente nell’entroterra barbaricino).
(nella foto in evidenza, Edvard Munch, “Vampire”, 1895)











