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CINEMA. La maledizione di “The Grudge”

Di Manuel Usai
14/11/2020
in Cinema, manuhell, Rubriche
Tempo di lettura: 4 minuti
CINEMA. La maledizione di “The Grudge”

Premessa

Ogni anno preparo una lunga maratona di film horror che precede la notte di Halloween e, per evitare di arrivare ad ottobre senza un buon titolo, faccio in modo che il periodo “della raccolta” duri tutto l’anno. Ovviamente solo le pellicole che superano una severa selezione sono degne di far parte della mia maratona. Il motivo per cui ve ne parlo è lo stesso per cui oggi ho scelto questo titolo; quest’anno, durante l’importantissima fase di selezione, mi capita fra le mani “The Grudge 2020”. Il mio primo pensiero è stato: di nuovo?  Mi è bastato un salto su internet per capire che è necessario fare luce su tutta la storia. Alla fine ho guardato il film e vi dirò…

Nel lontano 1998 l’appena ventiseienne Takashi Shimizu diede vita a due cortometraggi disponibili solo per gli schermi televisivi (“Katasumi”, “4444444444”), precursori del franchise “Ju-On”. Fu il docente e regista giapponese Kiyoshi Kurosawa ad incoraggiarlo e ad aiutarlo alla realizzazione del terzo capitolo, diventato famoso in tutto il Giappone nel 2002. Grazie all’allora recente fenomeno di “The Ring”, remake dell’originale giapponese “Ringu” di Hideo Nakata, la Sony Pictures mostrò interesse per una realizzazione tutta americana dell’opera di Shimizu. Nel progetto del 2004, oltre allo stesso ideatore, spicca il mitico Sam Raimi come produttore, e Sara Michelle Gellar come protagonista.

L’intera saga, compreso il capostipite originale giapponese di Takashi Shimizu del 2002, è legata a doppio filo dalla maledizione “Ju-On” tradotta con “The Grudge”o in italiano, “Rancore”. La spiegazione appare all’inizio di quasi tutti i film della serie: “Se una persona muore in preda ad un fortissimo dolore o alla rabbia, quell’emozione rimane e diventa una macchia per il luogo della morte; la sua memoria è indelebile e fa ripetere l’evento, la morte diventa parte di quel posto e uccide tutto quello che tocca una volta che ne sei entrato a far parte… non ti lascia più andare”.

La trama, pressoché identica in entrambi i film, varia nella narrazione degli eventi: nel primo vengono suddivisi per capitoli e personaggi, nel secondo, nonostante diversi salti nel passato, si svolgono in maniera più lineare.

Un marito geloso (Takeo) scopre delle lettere d’amore scritte alla moglie (Kayako) dal professore di un college (Peter Kirk). Colto da una furia cieca, uccide brutalmente la moglie, il piccolo Toshio e addirittura il gatto. Successivamente nasconde i loro corpi in soffitta e, prima che possa rendersi conto delle proprie azioni, lo spirito di Kayako, scaturito dalla maledizione, lo giustizia impiccandolo. Da questo momento in poi tutti coloro che entrano all’interno della casa sono condannati a diventare prima vittime, poi strumento di morte che come un virus, diffondono l’orrore.

La critica ha accolto il remake con pareri discordanti ma perlopiù positivi. Sara Michelle Gellar convince il pubblico, e viene presto programmato il seguito “The grudge 2”(2006).

Il sequel, nonostante non convinca né il pubblico né la critica (appena 70 milioni di incassi con una spesa di 20) dà il via ad un ulteriore sequel “The grudge 3” (2009) che però sta alla larga dal botteghino e, come ordina la carta imprevisti del “monopoli” (vai in prigione senza passare dal via), esce direttamente in formato digitale (direct-to-video).

Ma torniamo in Giappone, mano al pallottoliere, tra i primi due corti e il film di successo del 2002 non ho menzionato le due versioni uscite solo per la televisione “Ju-On” e “Ju-On 2” entrambi del 2000. È la volta di “Ju-On: Rancore 2” che esce al cinema sempre nel 2002.  Proprio quando siamo convinti di non vedere più seguiti, per il decimo anniversario compaiono ben altri due titoli “Ju-On, l’anziana bianca” e “Ju-On, la ragazza in nero”. Forse vi servirà un nuovo pallottoliere da affiancare al primo, perché tra il 2015 e il 2016 escono altri due seguiti “Ju-On, l’inizio della fine” e “Ju-On, la maledizione finale”.

Dicevamo? Ah sì, il mio pensiero è stato: di nuovo? Ebbene “The Grudge” (2020) non è altro che il reboot del primo remake americano che al mercato mio padre comprò. In parole povere, la trama segue determinate fasi già conosciute, cucite su personaggi, luoghi e situazioni completamente diverse. Girata dal giovane Nicolas Pesce, famoso per “Gli occhi di mia madre” (2016), ha ricevuto duri colpi da parte della critica. La pandemia dovuta al COVID-19 di certo non ha favorito il successo al cinema ma vi dirò, anche se molto scettico all’inizio, è riuscito a scuotermi e a spaventarmi a sufficienza. Sarà per il fatto che son passati almeno 10 anni dall’ultima volta che ho visto il primo remake, sarà che gli anni passano anche per me, eppure mi è piaciuto. La mia maratona di Halloween è salva.

Le curiosità

La singolare rappresentazione degli spiriti scaturisce da una paura infantile del regista: durante uno spettacolo di danza, un gruppo di ballerine completamente dipinte di bianco, si muovevano in modo per lui spaventoso.

Per la creazione della trama originale, Shimizu prese spunto dal forte aumento di casi di abusi domestici del periodo.

L’attrice che interpreta Kayako nel remake americano del 2004, è una vera ballerina nonché contorsionista. Ha girato tutte le scene creepy senza controfigure o effetti speciali.

L’attore bambino che interpreta Toshio, sempre nel remake americano del 2004, nonostante la paura dei gatti, ha dovuto girare con uno di loro diverse scene in spazi molto ristretti.

Esiste un crossover tra la saga di The Grudge e quella di The Ring (“Sadako VS Kayako, la battaglia dei demoni) in cui una fortunatissima ragazza guarda la videocassetta proibita all’interno della casa maledetta. Lo scontro inguardabile tra le due entità vi farà pentire di avere una televisione.

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